Nicolo Gebbia

Sebastiano Tusa una morte che lascia da pensare

Non l’ho mai conosciuto tranne che per una lunga telefonata che mi fece nel 2017 dopo avere letto il mio articolo del 3 giugno, intitolato Navigando fra le Egadi con Ciaccio Montalto. In esso cito una gita a Mozia con suo padre Vincenzo, che in quella occasione raccontò a me e al Comandante Generale dell’Arma Umberto Cappuzzo come poco prima avesse rifiutato un assegno in bianco (“ci scriva sopra la cifra che vuole fino a 9 zeri”) che Nino Salvo gli aveva offerto perché acconsentisse alla lottizzazione della valle sottostante ai templi di Selinunte.

Sebastiano era molto curioso di conoscere i particolari narrati da suo padre a me e al generale Cappuzzo, ed io non glieli lesinai: una berlina Mercedes nera si era presentata presso il prefabbricato che il professore usava come ufficio/alloggio di fortuna presso i templi e l’autista gli aveva chiesto di prendere posto sul sedile posteriore perché a poche centinaia di metri da lui, nell’antica villa/masseria che si trovava al centro della valle, lo aspettavano i cugini Salvo che desideravano “offrirgli un caffè”, quello che definì un perfido intruglio già zuccherato.

Il professore ascoltò quell’oscena profferta, che si concluse con l’affermazione: “Per intanto, mentre lei riflette, può usare la Mercedes che è venuta a prenderla e che è stata appena ritirata dal concessionario. Queste sono le chiavi.”

Tusa rispose: “Grazie preferirei essere riaccompagnato dallo stesso autista che avete mandato a prendermi. Io guido solo la mia utilitaria e sarei imbarazzato al volante di questo macchinone straniero”. Fu così che tornò al suo prefabbricato dove ci raccontò che aveva trascorso la notte insonne e l’indomani, tramite Ferruccio Barreca, il Sovraintendente alle Antichità di Cagliari, nostro comune amico, mi aveva rintracciato per chiedermi consiglio.

La sua domanda era questa: “basta che io lasci cadere nel nulla la profferta, senza esprimere un formale diniego? E comunque cosa rischio?”

Gli rispose Cappuzzo: “Professore, il capitano Gebbia che lei ha qui difronte è stato personalmente scelto da me per comandare la Compagnia di Marsala, mentre l’ufficio che movimenta gli ufficiali aveva designato il tenente Fausto Milillo, figlio di un mio collega notoriamente legato ai cugini Salvo. Quando l’ho fatto mi sono chiesto in che modo Andreotti mi avrebbe fatto pagare uno sgarbo così smaccato, ed ancora oggi, dopo un anno, non so come andrà a finire.”

Io delusi il professore, spiegandogli che Selinunte non era nel territorio di mia competenza, mentre ricadeva nella Compagnia di Castelvetrano, il cui comandante dell’epoca non era “un’aquila di guerra”. Gli dissi comunque che, appena rientrati in terraferma, se lui voleva l’avrei accompagnato nel mio ufficio e avremmo potuto mettere per iscritto tutto l’accaduto, che mi sarei premurato di riferire tempestivamente al Procuratore della Repubblica di Marsala, Antonino Coci. Il professore mi rispose che ero gentile ma aveva bisogno di rifletterci sopra.

Da allora non lo vidi più e mi ricordo che la sua risposta alla profferta di lottizzazione fu una enorme duna di sabbia, che fece realizzare perché dai templi non si vedessero i tetti delle case abusive che costituivano gran parte dell’abitato della vicina Marinella.

Mentre parlavo al telefono, Sebastiano Tusa continuava ad esclamare: “la Mercedes nera! La Mercedes nera! Questo me lo ha raccontato mio padre”. Quando poi apprese che l’anno successivo un altro ufficiale presente all’esternazione di suo padre, Mario Sateriale, sarebbe morto misteriosamente nel rogo del suo elicottero, colpito da un fulmine in Piemonte, esclamò: “mio padre era ossessionato da questi misteriosi incidenti aerei e ripeteva spesso che quella gente era la stessa che aveva fatto cascare Enrico Mattei a Bascapè”.

Gli chiesi allora se c’era qualcosa che dovevo sapere e che lui ancora non mi aveva raccontato. Mi rispose: “I cugini sono morti, ma la famiglia è ancora potente e stanno tornando all’assalto con un nuovo progetto di lottizzazione, che comprende anche la ricostruzione del tempio “G”, e che è sponsorizzato da Vittorio Sgarbi. Io sono l’unico impedimento”.

Concludemmo la telefonata con la promessa di incontrarci di persona tramite sua moglie, Patrizia Li Vigni, mia vecchia amica di gioventù. Io gli dissi anche che ero certo sarebbe stato all’altezza del suo grande papà.

L’incontro fra noi non c’è stato, ma questa Bascapè etiopica mi turba non poco.

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