Nicolo Gebbia

Salvini perché non catturi Matteo Messina Denaro?

Perché Matteo Messina Denaro non viene catturato? Rispondo subito: perché la direzione delle indagini è affidata ai magistrati. Ne ho conosciuti moltissimi, e li ho stimati quasi tutti, diversamente da quanto posso affermare circa i miei superiori ufficiali dei carabinieri come me, per i quali la percentuale scende al fifty-fifty. Ma c’è un difetto di fondo che li accomuna tutti, i magistrati italiani: essi sono anzitutto dei giuristi, non degli sbirri. Nessuno ha mai insegnato loro come si cattura un latitante. Arronzano, e quando noi sbirri alle loro dipendenze cerchiamo di prenderli per mano, si stringono a difesa delle loro prerogative sovrane ed intimidiscono chiunque abbia iniziative autonome. Come cambiare le cose? Trasformando la cattura dei più grandi latitanti (dal pericolo pubblico numero uno al numero cinquanta) in un problema di pubblica sicurezza, non più di polizia giudiziaria. Come tale esso viene affrontato dallo Stato con tutti i mezzi di cui dispone, e senza limiti di legittimità, come l’attuale legislazione consente di fare al governo ed ai ministri, sottoposti al giudizio a posteriori del solo parlamento, che può decidere di sottrarli al tribunale dei ministri se hanno agito nel superiore interesse dello Stato. Credete che Salvini, legibus solutus, non catturerebbe Matteo Messina Denaro nell’arco di tre mesi, ovunque nel mondo egli si nasconda? Ed una volta catturato, pensate che rapirlo in Italia sia per l’AISE più difficile di quanto non fu per il Mossad portare Eichman dall’Argentina a Gerusalemme? Possediamo la migliore legislazione antimafia del mondo, adottiamo delle condizioni di detenzione che nulla hanno da invidiare a quella cui fu sottoposta la Maschera di Ferro dal re di Francia, come la morte di Provenzano e Riina in galera hanno dimostrato, e ci spaventiamo ad introdurre questa piccola modifica legislativa che non ha valenza costituzionale? Qualche giorno fa il governo ha promosso al grado di generale di corpo d’armata il mio amico Luigi Robusto, che comanda i carabinieri di Sicilia e Calabria.

 

Con l’attuale codice lui alle indagini per la cattura di Messina Denaro non può neanche accostarsi, perché è da quando lo promossero generale di brigata che ha perso la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria, così come la perdono i questori ed i generali della Guardia di Finanza. Nella Gdf poi nessuno, dall’ultimo finanziere fino al Comandante Generale, è ufficiale di pubblica sicurezza, come invece  lo sono tutti i quadri dell’Arma e della Polizia di Stato, questori e generali compresi.

Ricordo che fra il 90 ed il 91 fui ospite di Robusto a Brindisi. Dovevo testimoniare in un processo che vedeva coinvolti personaggi del clan Fidanzati, ed io poco prima avevo trascorso 10 giorni a Manfredonia cercando di catturare Marietto D’Argento, il solista del mitra, che dei Fidanzati era il sicario di fiducia, tanto da avere già due ergastoli definitivi sul groppone malgrado appena trentenne. Era specializzato in fughe rocambolesche e l’ultima volta era addirittura scappato dal tribunale di Milano durante un processo. Oltre che in Puglia lo rincorsi anche in Spagna, a Barcellona, ma alla fine lo catturai a Cusano Milanino, dove mi regalò anche una sua foto con dedica, grato perché non gli avevo sparato. Quella sera a Brindisi, davanti ad una sontuosa zuppa di pesce, spiegai a Robusto che non ero io il titolare della sezione catturandi, retta invece da Sergio De Caprio (Ultimo), ma che, nelle migliori tradizioni dei grandi Nuclei Operativi, ogni ufficiale seguiva con i suoi uomini le piste confidenziali che essi acquisivano. Qualche giorno fa ho sentito un pubblico ministero romano, durante il processo che mi ha fatto imbattere accidentalmente nelle sorelle Napoli, affermare in perfetta buonafede, e perfettamente sbagliando, che invece ogni sezione si occupa solo dei reati per cui è vocata, e che quindi gli imputati Masi e Fiducia mentivano affermando di avere svolto indagini per la cattura di latitanti. Robusto quella sera mi fece presente che lì a Brindisi lui , che formalmente era solo il comandante del Nucleo Operativo, svolgeva sia le funzioni di comandante del Reparto Operativo, mai destinato, sia di fatto quelle del comandante provinciale. Quello titolare quando era arrivato, proveniente dal Comando Generale, dopo aver constatato che nulla era come previsto dalle regole, accusando tutti di essere “mafiosi” si era rinchiuso nel suo alloggio di servizio, dove Robusto lo raggiungeva una volta alla settimana e gli faceva firmare i pochi documenti per i quali non gli era concessa la delega. Durò così per due anni, e quel nostro collega, raggiunta l’età della pensione, si è trovato a dirigere una AUSL in Campania, dove è stato raggiunto proprio in questi giorni da un avviso di garanzia. Nel mio piccolo, quale assessore anziano del comune di Mezzojuso, mi chiedo quando anche a me toccherà analoga sorte. Di una cosa però sono certo: se mi ritrovassi per caso con i figli di Provenzano in caserma, come mi accadde a Palermo nel 2002, li inviterei di nuovo ad adoperarsi per convincere il padre a costituirsi. Era mio dovere farlo, come analogamente fece davanti alle telecamere del TG 1 Pietro Grasso quando fu nominato Procuratore Nazionale Antimafia. A Luigi Robusto, nel complimentarmi con lui per la terza stelletta da generale, un augurio ed un invito: se miracolosamente Salvini decidesse che la cattura del Pericolo Pubblico Numero Uno è un problema di pubblica sicurezza, in bocca al lupo; l’invito è per il 28 aprile prossimo a Mezzojuso, quando presenteremo un bel volume sulla storia di questo splendido paese. Se poi vorrai consentirmi di ricambiare la cena di tanti anni fa’, davanti ad un piatto di funghi grandi come bistecche ti illustrerò un paio di idee di possibile utilità alla cattura. Hai visto mai ….