Nicolo Gebbia

Provenzano e la Corte di Strasburgo, considerazioni di un istrione

Il 7 giugno del 2017 su queste stesse pagine scrissi un articolo che si intitolava Toto Riina e la sovranità d’Italia sotto tutela. L’occasione fu l’aggravamento delle condizioni di salute del boss e la richiesta della famiglia di ricoverarlo in una casa di cura privata. Concludevo proponendo che gli fosse concesso tutto ciò, a condizione che prima si pentisse, visto che è rimasto lucido fino alla fine.

La sua testimonianza sulla Trattativa, e sulla tutela statunitense che rende farsesca la nostra presunta sovranità , che l’avvocato Cianferoni, difensore di fiducia, aveva evocato espressamente in una udienza del processo, sarebbe stata preziosa. Oggi la Corte di Strasburgo ci condanna per non aver concesso a Bernardo Provenzano una forma di detenzione alternativa al 41bis dal 23 marzo 2016 al successivo 16 luglio, quando morì.

Tutti si stracciano le vesti, nei fori competenti, assicurandoci che in carcere godeva delle migliori cure possibili ed immaginabili. Nessuno però ricorda che un paio di anni prima, dopo una visita dell’onorevole Sonia Alfano che colse la possibilità di un suo pentimento, il boss fu sottoposto al protocollo farfalla ed in due settimane, dopo presunte ripetute cadute dal letto, ridotto alle condizioni di un vegetale.

Scrissi a suo figlio Francesco Paolo una lettera aperta pubblicata dal Fatto Quotidiano, facendogli le mie condoglianze e testimoniando di rammaricarmi per non aver potuto partecipare al funerale perché vietato dal questore di polizia di Palermo.Le evidenze del caso Cucchi, ed il depistaggio che coinvolge tanta catena gerarchica dell’Arma , vi fanno capire oggi come sia ancora praticata, e con quanta efficacia,la manipolazione delle verità che potrebbero colpire potentati massonici. Ne ho un esempio che mi coinvolge in prima persona: quando l’avvocato Milio , durante la mia testimonianza volontaria( e per questo giudicata sospetta) al processo Trattativa, mi chiese a quale loggia appartenesse un mio controverso collega, il Presidente mi zitti’ prima che potessi rispondere.

Lo stesso Presidente che si accontento’ di un certificato medico attestante la demenza senile di un collega che aveva vissuto da testimone diretto quanto da me riferito de relato. Una demenza che non gli impedisce di giocare settimanalmente a briscola con altri anziani in un bar di Castelvetrano dove trascorre gli ultimi anni della sua vita, amorevolmente accudito dalla figlia, che lui, umanamente, vuole sottrarre a ritorsioni da parte di Matteo Messina Denaro.Io in compenso mi sono guadagnato, nella monumentale sentenza di condanna degli imputati, l’affermazione che la mia testimonianza è di poco valore, perché viziata dalla mia “personalità istrionica”.

Quando aderii al partitino di Ingroia ed in assemblea proposi che gli iscritti dichiarassero la loro  eventuale appartenenza alla massoneria, la proposta fu accolta da tutti i presenti, Giulietto Chiesa compreso, ma subito archiviata dall’avvocato Ingroia medesimo, il quale si giustificò affermando che nelle sue più delicate indagini era stato aiutato da “massoni  onesti”. Io la penso come lui, e ritengo coraggiosissima la sentenza di condanna dei miei colleghi portati a giudizio nel processo trattativa, ed il suo estensore , se massone, continua a godere della mia altissima considerazione. La prossima volta , pero’, non si accontenti di un certificato, ma disponga una perizia, possibilmente eseguita da medici mai iscritti alla massoneria. Glielo suggerisce questo istrione.

Ti potrebbe interessare anche?