Nicolo Gebbia

“Processi e cugini” la nuova trasmissione di Massimo Giletti

Ieri sera dormivo già quando un amico di Mezzojuso mi ha svegliato, ed era circa mezzanotte, invitandomi ad accendere la televisione, per assistere al dimissionamento per via gilettiana dell’ultimo appartenente allo staff del ministro Bonafede, il magistrato Leonardo Pucci. Nella foto di copertina vedete quel losco individuo con lo specchio, alle sue spalle, di tutti i collaboratori sceltisi dal ministro, ognuno dei quali cancellato con una x perché dimessosi in seguito al processo televisivo cui lui lo ha sottoposto. Sul nome di Pucci la X ancora non c’è, è rimandata a domenica prossima, quando finalmente sarà lanciato l’attacco finale al ministro stesso. Ieri sera, prima che io venissi svegliato, Lucifero Giletti aveva lasciato che pontificasse Cirino Pomicino, dal basso del suo girone infernale, dove giace con il suo sodale Andreotti, ma siccome è uno 𝒛𝒐𝒎𝒃𝒊𝒆 senza pace e con il cuore trapiantato, il suo ectoplasma riesce ancora utile alle squallide manovre del proconsole di Urbano Cairo. Me lo ricordo Pomicino quando, all’acme della sua potenza, guidò le migliaia di tifosi del Napoli che assalirono lo stadio San Paolo, dove si giocava una partita a spalti vuoti in ottemperanza ad una punizione inflitta dalla giustizia sportiva. Ricordo anche che, mentre io venivo allontanato dal comando del Nucleo Investigativo di Milano da Craxi, ed il presidente della Repubblica Scalfaro esiliava il mio collega Enrico Cataldi, colpevole di avere voluto indagare sui fondi neri del 𝑺𝑰𝑺𝑫𝑬 che lui si era intascato (“𝑵𝒐𝒏 𝒄𝒊 𝒔𝒕𝒐!”, ricordate?), contemporaneamente Cirino faceva trasferire il comandante del Nucleo Operativo di Napoli, Vittorio Tomasone, colpevole di avere investigato sugli intrallazzi dei suoi compagnucci di merende. Non era mai successo, nella storia dell’Arma, che i politicanti ottenessero contemporaneamente il trasferimento degli investigatori di punta di Roma, Milano e Napoli. Ora però Pomicino è frequentemente rianimato dalle giornaliste della Sette, Lilli Gruber, Tiziana Panella, Myrta Merlino e Massimo Giletti, ed i suoi vaticini assomigliano alle shakespeariane rivelazioni che Amleto ottiene dal fantasma di suo padre. Il mantra di ieri sera era l’inadeguatezza del ministro, definito come un giovanotto allo sbaraglio; grande pistolazzo, poi, di Lucifero ad Antonino Di Matteo, che ormai è diventato suo malgrado l’icona delle destre (immagino, conoscendolo, quanto gli stia stretto quell’abito), ed infine il piatto forte: l’attacco che Giletti si era preparato sin dall’inizio della trasmissione contro l’unico che non si è ancora dimesso nel gabinetto di Bonafede, Leonardo Pucci.
Il conduttore tira fuori dalla tasca interna della giacca un foglietto piegato in quattro e legge l’articolo, apparso qualche anno fa su un quotidiano che decide di non citare, in cui si rileva che un uomo sottoposto a procedimento giudiziario, condotto proprio dal giudice Pucci, è cugino della moglie del magistrato. Terribile! Terribile!
A questo punto, come un burattino abilmente manovrato dal conduttore, ecco comparire il solito utile sciocco magistrato che non ha saputo resistere alla tentazione della comparsata domenicale in tv. Alfonso Sabella si deve essere stufato, e quindi è la volta di Catello Maresca, il quale rileva che il collega Leonardo Pucci avrebbe dovuto astenersi dal trattare quel fascicolo processuale, chiedendo di essere sostituito. Chi mi ha telefonato, costringendomi a guardare in tv la persona che più detesto al mondo, dopo l’intervento di Maresca mi ha richiamato, ricordandomi che il grande giornalista investigativo Salvo Palazzolo, quando scrisse il suo primo articolo sul presunto calvario delle sorelle Napoli, poté farlo perché esse sono cugine di sua moglie, e l’altro grand’uomo di tutta la soap opera, il maresciallo Saviano, si è specializzato nello scoprire chi a Mezzojuso è cugino di chi altro, ed è sulla base di tutte queste cuginanze che la compagnuccia di merende di Giletti, la prefettessa Antonella De Miro (finalmente in pensione, accompagnata da laurea honoris causa pilotata da Orlando Cascio) ha ottenuto la decadenza degli amministratori democraticamente eletti, non perché macchiatisi di reati o per comportamenti posti in essere, ma per evitare che in un ipotetico futuro i loro lontani cugini possano indurli nella tentazione di derogare dalla virtuosità con cui hanno sempre amministrato Mezzojuso. Io sono convinto che se mi fosse sottoposto un albero genealogico della famiglia Giletti, usando gli stessi criteri del maresciallo Saviano, avallati dalla prefettessa, potrei dimostrare che il conduttore è lontano cugino di Mussolini, Hitler, Pinochet e Pol Pot.
Del primo di loro, peraltro, si vanta di conservare un artistico busto a casa sua e quel farabutto del suo proconsole Cesare Mori è stato da Giletti ripetutamente citato come esempio da seguire nel trattare i siciliani, tutti mafiosi, con i quali egli venne ai ferri corti.
Viva Giletti, 𝒆𝒊𝒂, 𝒆𝒊𝒂, 𝒂𝒍𝒂𝒍𝒂̀!

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