Nicolo Gebbia

Polemica sulle scarcerazioni: mandiamo tutti ai domiciliari al Pio Albergo Trivulzio

Nel 1817 Carlo Felice di Savoia emise delle Regie Patenti, con le quali approvava un “Regolamento della famiglia di giustizia modificato” che stabiliva quante fossero le carceri del Regno suddividendole in sette classi, a seconda di quanti custodi vi prestassero servizio.Ogni famiglia di giustizia aveva un ispettore nominato dal Re, non obbligato a domiciliare presso la struttura carceraria, ma tenuto a visitarla più volte alla settimana.Successivamente Re Carlo Alberto, con un gesto di grande liberalità e prima ancora dell’emissione di quello Statuto che è stato la nostra Costituzione fino al 1947, abolì dal codice piemontese la tortura e la confisca dei beni del reo a favore dello Stato, mitigando anche il supplizio della ruota ed abolendo i tormenti accessori.
Ruota e tormenti accompagnavano le condanne a morte più severe, per intenderci. Oltre a tutto ciò, con delle nuove Regie Patenti emanate il 9 febbraio del 1839, il Re stanziava due milioni di lire per la costruzione di nuove carceri centrali e l’adattamento di quelle già esistenti, così da consentire ai detenuti la vita comune durante il giorno, limitando la segregazione in cella solo alle ore notturne.
Ciò apriva la strada alla possibilità di far praticare ai condannati lavori socialmente utili, come la realizzazione di cordame per la Regia Marina, con un risparmio non indifferente per le casse dello Stato e lustro per la Corona, sensibile nei confronti delle istanze più progressiste, portatrici della rivoluzionaria convinzione che la detenzione non dovesse essere semplicemente afflittiva, ma aveva anche un fine rieducativo, volta al riscatto morale del condannato.
Dopo l’unità d’Italia, tra il 1860 ed il 1862, i luoghi di detenzione vennero distinti in: carceri giudiziarie del Regno, case penali dipendenti dal Ministero dell’Interno, case di relegazione e case di custodia.Nel 1866, poi, i bagni penali transitarono dalla competenza del Ministero della Marina a quella del Ministero dell’Interno ed altrettanto accadde al personale che vi prestava servizio. Giova ricordare che i bagni erano destinati ai condannati ai lavori forzati, che non trassero particolare giovamento dal cambiamento di competenza, continuando a produrre cordame per la Regia Marina.
Le carceri giudiziarie erano destinate ai detenuti in attesa di giudizio, a quelli condannati a pene corporali ed a quelli condannati a pene detentive non superiori ai sei mesi.Vi erano ristretti anche gli arrestati per debiti e quelli detenuti per disposizione dell’Autorità di Pubblica Sicurezza.Le case penali erano destinate ai condannati definitivi alla reclusione e le case di relegazione, dette castelli, ospitavano i condannati per crimini contro la sicurezza interna od esterna dello Stato. Le case di custodia erano invece destinate ai giovani detenuti ed alle donne, tranne quelle condannate ai lavori forzati, ospitate nelle case di forza.
Prima del 1873, anno in cui i secondini confluirono nel Corpo delle Guardie Carcerarie, non vi furono altre innovazioni di rilievo se non, nel 1861, la trasformazione della Direzione dell’Ispettorato Generale in Direzione Generale delle Carceri.
Circa l’assorbimento nella amministrazione carceraria piemontese del personale proveniente da analoghe amministrazioni esistenti negli stati pre-unitari, gli unici che vi trovarono posto furono le guardie delle carceri pontificie, eredi di un’antica professionalità, che risaliva ai tempi della Santa Inquisizione.
Gli arruolamenti erano particolarmente difficoltosi perché l’ordinamento concedeva alle guardie solo due ore di libera uscita al giorno, mezza giornata libera ogni quindici giorni e, dopo il primo anno di servizio, quindici giorni di licenza all’anno.Fu così che, non riuscendo ad arruolare gli scrivani, le carceri venivano gestite di fatto da quei detenuti che sapevano leggere e scrivere, i cosiddetti scrivanelli, “che sono talvolta i peggiori condannati, istigatori e complici di disordini, quando non possono diventare i despoti degli stabilimenti dove si trovano” (relazione dell’avvocato Giuseppe Boschi, Direttore Generale delle Carceri).
Le punizioni previste per le guardie, oltre che gli arresti semplici e di rigore, prevedevano il vitto limitato a due razioni di pane al giorno o, addirittura, una minestra ogni due giorni.
C’era poi la perdita dei due terzi della paga, la retrocessione di classe, la perdita del grado ed infine la destituzione con espulsione.
Nel 1890 le Guardie Carcerarie divennero Agenti di Custodia ed il loro numero comunque non superò mai le 5280 unità, contro una popolazione carceraria che rimase sempre al di sopra dei 50.000 detenuti.
Il servizio, in ogni caso, era così gravoso che se ne preveva il pensionamento dopo soli vent’anni.
L’errore più grande fu commesso nel 1922 dall’ultimo governo dell’Italia liberale, che stabilì il passaggio della Direzione Generale delle Carceri e dei Riformatori, nati pochi anni prima per i detenuti minorenni, dalle competenze del Ministero dell’Interno a quelle del Ministero di Grazia e Giustizia.
Si scrisse che “nessun ministero può avere competenza per regolare e vigilare l’esecuzione delle sentenze di condanna meglio di quello della giustizia preposto all’amministrazione della medesima”.
Fu un grave errore, perché da allora, ed ancor oggi, l’ultima parola sull’amministrazione delle carceri è passata ai magistrati, notoriamente uomini dotti, forse anche saggi, ma che non sono mai stati selezionati per le loro capacità di comando e controllo.
Mi fermo qui perché vi ho già annoiato abbastanza, e vengo all’attualità.
Il ministro della Giustizia ha emesso un provvedimento con cui invita i magistrati di sorveglianza a valutare l’opportunità di adottare forme di detenzione diverse dalla carcerazione (leggasi arresti domiciliari) per quei detenuti affetti da particolari patologie che li renderebbero inesorabilmente vittime del Coronavirus se venissero a contatto con esso.La canea degli indignati speciali è stata scatenata dalla scarcerazione del mafioso Francesco Bonura determinata da Tribunale di Sorveglianza di Milano.
Egli ha 78 anni, e finirebbe di scontare la sua pena fra otto mesi, sempreché il cancro lo faccia sopravvivere tanto a lungo.Tuttavia si stanno allenando sui bordi del campo il suo coetaneo Raffaele Cutolo, che è in galera da quarantun anni consecutivi, gli ultimi ventisette dei quali passati al 41-bis, nonché un altro settantottenne, Leoluca Bagarella, e due ottantunenni, Settimo Mineo e Nitto Santapaola.
Ci sono poi tre detenuti mafiosi in attesa di giudizio, Pino Sansone, sessantanovenne affetto da gravi patologie, Antonino Di Dio e Ciccio La Rocca, ottantaduenne, che sono stati scarcerati nei giorni scorsi e destinati agli arresti domiciliari.
Nella circostanza abbiamo visto un magistrato che stimo enormemente, Nino Di Matteo, allineato sulle stesse posizioni di un politico che disistimo altrettanto enormemente, Leoluca Orlando, il quale ha dichiarato che il 41-bis è proprio la misura di prevenzione migliore per evitare di ammalarsi per Coronavirus.
Arrivati a questo punto, visto che le uniche voci fuori dal coro sono quelle di Sanguinetti e della Maiolo dalle pagine del Riformista, io ho una proposta da avanzare: perché non li mandiamo tutti ai domiciliari al Pio Albergo Trivulzio?
Poi, fra due mesi, nella fase 3, ci occuperemo degli eventuali sopravvissuti.

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