Nicolo Gebbia

Omicidio Mattarella: una pista mai battuta

Premetto che affermerò cose in contrasto con verità processuali passate in giudicato.
I miei 25 lettori le considerino come i vagheggiamenti di un vecchio sbirro dai ricordi confusi.
Il 31 luglio 1981 fu ucciso a Marsala Francesco Denaro, un pregiudicato locale trasferitosi da decenni nel quartiere di Porta Palazzo, a Torino.
Quel giorno, al Lido Mediterraneo, a sud di Marsala, fu invitato per una gita in motoscafo dal pregiudicato-mafioso Francesco Marino.
Giunsero allo Stagnone che si trova a nord di Marsala, a ridosso dei famosi hangar in cemento armato precompresso progettati da Pierluigi Nervi, ed ancorarono il motoscafo presso l’unico lido che c’era, sfruttato soprattutto dai proprietari di piccoli natanti per la comodità di quel ridosso rispetto al centro abitato e per i prezzi veramente modici praticati.
Mentre guadagnavano la spiaggia Denaro fu ucciso da un killer che sparava con entrambe le mani, ognuna delle quali impugnava una grossa rivoltella. Morto lui, anche Marino fu attenzionato, ma il killer dalla mira infallibile questa volta mancò il bersaglio, che andava proteggendosi, platealmente dietro ai vari natanti ancorati su un fondo sabbioso di circa 70 cm di profondità.
Canale ed io trovammo nell’acqua alcune ogive 38 Special, che risultarono sparate dalla stessa arma con cui erano stati uccisi, anni prima, due mafiosi “perdenti” nella valle del Belice.
Si trattava, in ogni caso, di una rivoltella con le rigature destrorse (non sinistrorse, come per Mattarella).
I testimoni, numerosi, non videro l’automobile usata per la fuga, perché era stata parcheggiata dietro un incannucciato che separava il lido dalla strada provinciale.
La trovammo poco dopo, intatta, in una strada di penetrazione agricola, che si dipartiva dalla SS 188 per Salemi.
Era una grossa berlina Alfa Romeo di colore blu metallizzato.
I killer ne avevano predisposto l’incendio, tant’è che, nel cofano posteriore, trovammo un fustino di benzina pieno per due terzi, senza tappo, ma trattenuto da un filo di ferro che gli impediva di rovesciarsi accidentalmente durante la corsa.
Un trattore agricolo apparso in maniera imprevista dalla collinetta su cui si inerpicava la strada di penetrazione agricola, aveva indotto gli assassini di Denaro ad una subitanea fuga per evitare di essere riconosciuti.
Nel 1997 Giovanni Brusca rivelò di essere lui il killer che sparava a due mani, e che l’omicidio gli era stato commissionato personalmente da Totò Riina. Diceva la verità, ma l’ottusa giustizia italiana non gli credette, ed un po’ di colpa ce l’ho anch’io. Un anno prima dell’omicidio, nei pressi di Piazza Porticella di Marsala, era stato ucciso il fratello di Denaro, anch’egli residente a Porta Palazzo. Ad entrambi gli omicidi assistette il mandante. Si trattava di un commerciante torinese molto ricco, che conviveva con una gran bella donna di parecchio più giovane, dalla quale aveva avuto un bambino. I due fratelli uccisi avevano tentato di estorcergli un miliardo di lire, e per rendere la minaccia più concreta, una notte avevano versato della benzina sotto la porta d’ingresso dell’appartamento in cui vivevano il commerciante, la donna ed il bambino. Le fiamme appiccate avevano alimentato un incendio da cui gli occupanti dell’appartamento si erano salvati miracolosamente. Il commerciante, che pagava regolarmente la protezione a Giovanni Bastone, il boss di Porta Palazzo la cui leadership era posta in discussione proprio dai due Denaro, aveva chiesto, ed ottenuto, di poter assistere personalmente all’uccisione di entrambi i fratelli, come effettivamente accadde.
Quando lasciai Marsala e consegnai al vice-questore Rino Germana’ una scatola da scarpe piena delle microcassette contenenti la registrazione delle telefonate da me considerate più significative nei cinque anni in cui avevo ininterrottamente tenuto sotto controllo i telefoni della cosca di Mariano Agate, del quale Bastone era diventato il braccio destro dopo essere stato cacciato da Torino e rimandato alla natia Mazara del Vallo, con l’obbligo di soggiornarvi, Rino trovò una telefonata, in siciliano stretto, nella quale Bastone vantava di essere stato lui personalmente il killer che sparava a due mani, e l’uomo fu condannato, con sentenza definitiva, malgrado io sostenessi che, semi-cieco com’era (gli mancavano otto decimi dall’occhio destro e nove da quello sinistro), non poteva essere stato lui a compiere materialmente le due esecuzioni.
Finalmente, nel 1997, Brusca mi ha reso giustizia, ma la magistratura non ha voluto smentire se stessa, e non gli ha creduto.
Tutto sommato ben gli sta a Giovanni Bastone, che voleva millantare di aver ancora una giovanile potenza di fuoco.
Brusca, nella sua auto-accusa, dichiarò che non sapeva perché avesse avuto quell’ordine da Totò Riina.
Ve lo dico io: si trattava di un favore reso al suo migliore amico, quel Mariano Agate che non lo ha mai tradito e che lo aveva anche ospitato a Mazara del Vallo, con tutta la famiglia, per alcuni anni.
La bella Alfa Romeo abbandonata intatta era stata rubata pochi giorni prima dell’omicidio Mattarella ad un tal “capitano Piraino”, titolare di una agenzia di navigazione (lui, infatti, si faceva chiamare capitano in forza di un diploma dell’istituto nautico).
La licenza della agenzia era stata più volte estesa ed ormai comprendeva un po’ di tutto, anche le compravendite immobiliari.
Acquisii la denuncia del furto, e scoprii così che la macchina era stata comprata in leasing, e sempre parcheggiata nel garage condominiale, tranne la sera in cui era stata rubata, perché il proprietario aveva fatto tardi ed aveva trovato chiuso il cancello della rimessa.
C’era anche il chilometraggio, e questo mi permise di appurare che, dal momento del furto, essa aveva percorso solo 155 chilometri.
Se tenente conto che la distanza fra Palermo e Marsala è di circa 100 chilometri, capirete che nei diciotto mesi scarsi da quando ne era stata denunziata la scomparsa era rimasta praticamente sempre ferma, e, per giunta, in un luogo ben asciutto, come dimostrava il cofano motore, all’interno del quale trovammo alcuni fili elettrici sbocconcellati dai topi.
Perché vi racconto tutto ciò?
Perché in tutti gli atti relativi all’omicidio Mattarella che mi fece consultare il comandante del Reparto Operativo di Palermo, maggiore Tito Baldo Honorati, mio caro amico, ne trovai uno (nella mia memoria ascrivibile a quanto testimoniato dalla vedova) che parlava di una macchina uguale a quella che vi ho descritto, parcheggiata con le ruote sul marciapiedi nella corsia preferenziale di via Libertà davanti a Villa Paino, a bordo della quale gli occupanti sembrava avessero il compito di supervisionare l’operato del sicario sceso dalla Uno bianca.
Le due macchine si sarebbero allontanate contemporaneamente, in direzioni opposte.
Premetto che il palazzo dove abitava il capitano Piraino, e sotto il quale aveva denunciato essere stato commesso il furto, si trovava a circa 800 metri dal luogo dell’agguato.
Nella sostanza, se si fosse trattato di una simulazione di reato, l’automobile dal parcheggio condominiale avrebbe potuto giungere davanti a Villa Paino e tornare a nascondersi donde era partita in un tempo così breve da azzerare le probabilità che essa venisse intercettata.
Sbirro come sono, prima di andare a riferire al Piraino che avevamo ritrovato l’auto rubatagli 18 mesi prima, ottenni dal Procuratore della Repubblica di Marsala, Antonino Coci, un decreto per intercettargli il telefono. L’uomo, che ricordo alto e signorilmente vestito, mi ricevette con fare quasi sprezzante, chiedendomi cosa volessi da lui, visto che l’automobile era di proprietà della società di assicurazioni che aveva prontamente ripagato la società di leasing, tant’è che, nell’arco di un paio di mesi, gliene era stata riconsegnata una uguale, nuova di fabbrica come la prima ed assolutamente identica.
Gli risposi che volevo notizie circa le modalità del furto e lui mi riconfermo’ il particolare, già contenuto in denuncia, relativo al fatto che esso era stato consumato proprio la prima volta in cui la vettura pernottava per strada.
Al telefono non parlò mai della mia visita ma scoprii una cosa bizzarra: ogni mattina, fra le 11 e le 12, si recava al Gran Caffè Nobel, in via Libertà, dove sorbiva un aperitivo con il tenente colonnello Failla, l’ufficiale dei carabinieri che dirigeva il centro di contro-spionaggio del SISMI, e con un maggiore della Guardia di Finanza che dirigeva l'”Ufficio I”, praticamente il servizio segreto del corpo. Quest’ultimo, unitamente al Piraino, prendeva in giro il Failla, per la sua abitudine di indossare sempre delle calze rosse cardinalizie.
Scoprii anche altre due cose curiose, cioè che il Piraino aveva all’Addaura una villa ubicata a poche centinaia di metri da quella del mancato attentato contro Giovanni Falcone, ed infine che egli era alacremente alla ricerca di una forte raccomandazione che consentisse al fratello ventiquattrenne, studente fuori corso di giurisprudenza, di prestare il servizio militare di leva come sottotenente dei carabinieri.
Ciò accadde realmente, e Rosario Piraino,ultimato il servizio di leva, proseguì la sua carriera come ufficiale trattenuto, transitando infine nel SISDE, per andare a dirigere l’ufficio di Caltanissetta, dove il 30 settembre 1992 accompagnò Bruno Contrada a consegnare il rapporto che accreditava il falso pentito Scarantino.
Frequentava anche l’agriturismo di Giorgio Riolo, il cugino di quel maresciallo della Gestapo (ROS) condannato come talpa della mafia.
Lo scopri’ il consulente Gioacchino Genchi nell’analizzare il traffico telefonico di quell’esercizio, frequentato anche da altri agenti segreti.
Dall’accusa di essere l’autore delle minacce a Massimo Ciancimino, perché non rivelasse dei contatti con l’agente “Franco”, il Piraino è invece stato definitivamente scagionato ed oggi è un rispettabile consigliere comunale di Milazzo.
La cosa più strana, però, riguarda sempre il fratello da me intercettato, perché, parlandone con il giudice Di Matteo, non troppo tempo fa, mi ha detto che lo cerca da anni, senza riuscire a trovarlo.
Aggiungo alle mie farneticazioni un particolare che ho già raccontato tempo fa a proposito del ministro Rognoni, quello che ebbe un colloquio con Mattarella poco prima che fosse ucciso, colloquio che il presidente disse alla sua segretaria di rammentare bene, qualora gli fosse accaduto qualcosa.
Quando era Ministro della Difesa, fra il ’90 ed il ’92, ed ogni sabato atterrava a Linate per raggiungere la famiglia che mi pare abitasse a Pavia, si faceva un punto d’onore dello smarcarsi dall’autoradio dei carabinieri che avrebbe dovuto scortarlo, e spesso arrivava a casa, come registrato dall’altra autoradio che stazionava sotto di essa, dopo molte ore.
Una sola volta ci riuscì di scoprire dove fosse: a cena con Beniamino Andreatta ed altri personaggi che non riconoscemmo.
A voi le conclusioni.

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