Francesca Scoleri

La manina di Sgarbi nel processo Scajola: ostacolare la giustizia sempre e comunque

Ho smesso di contare le situazioni assurde che a cadenza periodica interessano il nostro Paese ma in  questi giorni, nel vedere le accuse che il  dis-onorevole Vittorio Sgarbi ha gettato sul  lavoro di magistrati impegnati non nelle rapine di quartiere, ma nel contrasto alla ‘ndrangheta, mi sono tornate in mente alcune cose che riguardano Claudio Scajola “utilizzatore finale” direbbe un noto avvocato, delle penose manovre di Sgarbi.

Un individuo che dopo tantissimi anni in politica, finirà per essere ricordato solo per quella imbarazzante conferenza stampa in cui si pronunciava sulla sua casa con vista Fori Imperiali e in una composta ira, minacciava guerra e fuoco “a chi si fosse permesso di pagargli casa” e intanto partiva il tormentone: “anche io voglio che qualcuno mi paghi il mutuo a mia insaputa”.

Per togliere l’onta di quella casa pagata in parte dalla cricca Anemone, Scajola promise di venderla e dare parte dei soldi in beneficenza ma dalle notizie disponibili, la casa fu venduta portandogli una plusvalenza di un milione di euro. La beneficenza l’hanno fatta a lui praticamente.

C’è un altro momento molto imbarazzante che lo riguarda anche se  l’imbarazzo a dire il vero, è tutto nostro; 3 anni fa, per il 164° anniversario dalla fondazione della Polizia, c’è stata una festa alla presenza delle massime cariche dello Stato; sul  palco delle autorità, i  ministri dell’Interno emeriti. Il fior fiore della trasparenza di Stato: Nicola Mancino, Enzo Scotti e lui, Claudio Scajola.

Dietro l’ex ministro, il Generale Nunzio Antonio Ferla della Direzione investigativa antimafia che lo aveva arrestato nel maggio del 2014 con l’accusa di aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, l’ex deputato berlusconiano condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Da imputato a quel processo, ha preso parte alla festa della polizia. Tutto normale.

E anche durante il processo, Scajola ha dato il meglio di se in termini di “inconsapevolezza”, ha infatti dichiarato: “Matacena non doveva scappare e farsi la sua pena. Mi sono interessato per il tramite di Speziali se era una cosa possibile fargli avere l’asilo politico. Forse può essere inopportuno. Non lo rifarei. È stato inopportuno ma non punibile”.

E si autoassolve al cospetto della Corte che ancora starà cercando di riprendersi da tanta stupidità da parte di quello che è stato un esponente di spicco delle istituzioni. Ricordiamo che nel processo che lo vede coinvolto, denominato “Breakfast”, secondo l’accusa, Scajola si sarebbe attivato per aiutare lo spostamento del latitante Matacena da Dubai, dove scappa dopo la condanna, nel Libano al fine di evitare richieste di estradizione.

Secondo il pm Giuseppe Lombardo, Scajola avrebbe giocato un ruolo determinante grazie ai  “contatti privilegiati” ed alle  conoscenze di cui godeva. Il tramite per l’operazione sporca, è stato  Vincenzo Speziali, un uomo d’affari calabrese con residenza a Beirut che ha patteggiato 12 mesi di reclusione per avere favorito la latitanza di Matacena.

Nonostante il patteggiamento e le solide prove con cui viene portato avanti il processo contro Scajola, Vittorio Sgarbi, altro individuo pagato dai contribuenti per lasciare poco e niente nella memoria storica della politica italiana (alcuni momenti sul water di casa sua regalati al web), ritiene di occupare il tempo per cui prende un cospicuo stipendio da parlamentare, per procedere contro la Dda di Reggio Calabria e contro Giuseppe Lombardo.

Presenta una interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell’Interno, degli Esteri e di Grazia e Giustizia affermando che ci sarebbero stati  “abusi, e violazioni della sovranità nazionale del Libano tramite personale di forze dell’ordine di stanza presso la nostra ambasciata a Beirut avrebbe ordinato appostamenti presso la residenza del signor Vincenzo Speziali, imprenditore indagato nell’inchiesta, o anche “sottoponendo ad intercettazioni telefoniche (anche queste abusive), in violazione delle reti di telecomunicazioni libanesi…”

Tutto questo  per un uomo che ha patteggiato la dovuta pena per il reato commesso. Dove vuole andare a parare Sgarbi? Se avesse a cuore il rispetto del procedure, non sarebbe il pluricondannato che è in materia di diffamazione, truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e per produzione di documenti falsi.

Già accettare che sia li a parassitare i soldi dei contribuenti in totale assenza di disciplina ed onore richiesti dall’Art. 54 della Costituzione, è pesante, ma assistere al tentativo di porre ostacoli e freni al lavoro dei magistrati, è intollerabile.

Questo processo è molto importante, più di quel che forse viene inteso dall’opinione pubblica, complice al solito, la mancanza di informazione adeguata. Scajola è al centro di affari sporchi che legano la ‘ndrangheta ad accordi che partono dalla Calabria e si estendono nel nord Italia interessando uomini molto potenti in ambito politico e imprenditoriale.

Affari suggellati dalla massoneria  stando ai racconti dell’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo il quale ha spiegato al pm Lombardo perchè, dopo gli incontri avvenuti negli anni 90 con il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, ha deciso di dimettersi dal Goi: “Non riuscivo a credere che quella massoneria che io avevo immaginato e su cui avevo scritto un libro, nella realtà e nella società degli uomini potesse essere qualcosa di completamente diverso”.

Cosa fosse realmente, potremmo scoprirlo se questo processo arriva a compimento e la Calabria quanto il resto d’Italia, ha molto per cui ringraziare il lavoro di Giuseppe Lombardo e della Dda di Reggio Calabria.

L’interessamento delle istituzioni, dovrebbe invece finire sullo strano suicidio del Colonnello Omar Pace il quale avrebbe dovuto rendere testimonianza al processo in questione proprio il giorno dopo dalla sua morte e sull’assurda archiviazione da parte della Procura di Roma (chi le conta più tutte).

Molti gli elementi per non archiviarlo come suicidio; Omar Pace si era accorto di essere pedinato da alcuni ufficiali a San Marino dove si recava per svolgere lezioni nell’ateneo dello Stato estero, per conto di chi avvenivano questi pedinamenti?

Il colonnello Pace aveva inoltre “eseguito materialmente il sequestro di atti e documenti in casa e nello studio di Scajola il giorno del suo arresto, l’8 maggio 2014, carte tra le quali c’era anche un fax scritto, secondo gli investigatori, dall’ex presidente libanese Amin Gemayel, coinvolto insieme ad altri personaggi italiani residenti in Libano a favorire la latitanza di Matacena – sui cui affari Pace continuava a svolgere un lavoro istruttorio”

La famiglia di Pace continua a chiedere approfondimenti ma è evidente che alla Procura di Roma gli elementi  per procedere nell’accertamento della verità dei fatti, non bastano mai.

L’attuale maggioranza di governo composta dal M5S, ha più volte presentato interrogazioni parlamentari per sollevare indagini adeguate sullo strano suicidio, oggi ha indubbiamente più potere per operare la concretezza dell’intento dimostrato all’opposizione e noi lo auspichiamo.