Nicolo Gebbia

L’Uccisione Di Mattarella Ed Il Selfie Del Maresciallo Saviano

Arrivai a Marsala dalla Sardegna sette mesi dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella. Passarono pochi giorni e fu ucciso sul lungomare un pregiudicato a nome Denaro. Arrivava da una gita in motoscafo cominciata in tutt’altra parte della costa, ed era evidente che l’organizzatore della gita lo avesse portato a morire. In acqua, vicino all’ormeggio del motoscafo, trovai tre ogive di 38 special o 357 magnum (sono uguali).

Una delle due macchine usate dagli assassini fu abbandonata prima che potessero bruciarla. Era una berlina Alfa Romeo rubata a Palermo pochi giorni prima dell’omicidio Mattarella. La cui moglie testimoniava che una macchina uguale, dello stesso colore, rimase parcheggiata contromano lungo il muro di cinta di Villa Piano durante tutto l’intervento dei due sicari, uno dei quali riconobbe per Giusva Fioravanti.

Chiesi al procuratore Coci di fare delle perizie balistiche comparative con tutti gli omicidi della provincia di Trapani, quello Mattarella e le ogive da me ritrovate in mare. Me lo concesse solo per i primi, ed emerse che erano state usate le stesse armi anche in altri due omicidi consumati negli anni anni precedenti nella valle del Belice. Per Mattarella però mi concesse di mettere sotto controllo il telefono della persona che aveva subito il furto dell’Alfa Romeo, prima di notificargli che la avevamo ritrovata praticamente intatta vicino a Salemi, perché l’arrivo di un contadino in trattore aveva impedito agli assassini di incendiarla, come intendevano fare con il fustino pieno che trovammo nel bagagliaio.

Il personaggio, che si faceva chiamare capitano in virtù di un diploma dell’istituto nautico, ed era sposato con una famosa giocatrice di pallacanestro palermitana, durante quei 15 giorni mi incuriosì molto perché scoprii che ogni mattina prendeva l’aperitivo in via Libertà con il capo del SISMI di Palermo, tenente colonnello Failla, e con il capo dell’ufficio I della Guardia di Finanza, praticamente il servizio segreto delle Fiamme Gialle.

Con entrambi aveva una confidenzialità assoluta, che gli permetteva di prenderli in giro goliardicamente. L’unico cruccio che aveva era di non riuscire a trovare una raccomandazione per il fratellino, studente fuori corso, per fargli fare il servizio militare come sottotenente dei carabinieri. Però deve esserci riuscito, perché il giovanotto, da capitano dei carabinieri di complemento richiamato, è rimasto coinvolto in tanti misteri palermitani successivi, sempre alla fine risultato estraneo ai fatti, naturalmente.

Suo fratello invece, mi ha raccontato il dottor Di Matteo, è irreperibile da alcuni anni. Forse ne sa qualcosa il maresciallo Saviano, il comandante della stazione carabinieri di Mezzojuso, che oggi, domenica, ha chiamato in caserma il sindaco che mi ha nominato assessore, gli ha detto che questo dimostra che il sindaco gli vuole male e, malgrado tutto ciò, ha voluto farsi con lui, entrambi sorridenti, un bel selfie.

Capitano di Misilmeri, è vero che sei stato tanti anni in servizio a Pinerolo, la capitale tradizionale della peggiore ottusità militare sabauda, ma dicono che sei un ragazzo sveglio, e quindi ti invito a prendere in mano personalmente la situazione prima che ti sfuggano le redini. A Giletti, se saprà superare con la sua furberia che me lo rende tanto antipatico, la tentazione di cavalcare una tigre di cartapesta, l’onere di ammettere che ha preso un granchio colossale.

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