Nicolo Gebbia

Falcone e Borsellino : “Ero bambino quando li ho conosciuti”

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I ricordi del Generale Nicolò Gebbia.

Nel 57 avevo 7 anni e Giovanni Falcone vogava per il nostro circolo canottieri, il Roggero di Lauria, impegnato a battere l’armo dei Canottieri Palermo, quando negli ultimi 100 metri gli avversari ebbero la meglio. Lo consolai, ma lui mi disse che quella sconfitta gli pesava meno di quella inflittagli dell’Accademia Navale di Livorno, che non lo aveva ammesso al Corso d Stato Maggiore.

Rivedendoci nell’81 ci abbiamo riso sopra, considerando l’imperscrutabilità’ del destino umano. Conobbi invece Paolo Borsellino nel 1964, quando da ginnasiale organizzai una visita al Palazzo di Giustizia e mio zio Peppuccio ci scaricò al suo uditore giudiziario, Paolo Borsellino, che ci prese amabilmente per i fondelli in quanto frequentatori del liceo ‘bene’ di Palermo, il Garibaldi. Anche di questo abbiamo riso allegramente quando arrivò a Marsala, dove io comandavo la compagnia carabinieri già da 5 anni.

Non e’ facile produrre un filmato non retorico sulla triste storia di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e quanti hanno perso la vita con loro in modo cosi’ atroce.Ho l’impressione che ci siamo riusciti ed attendo con trepidazione che voi lettori  ce lo confermiate con la vostra abituale franchezza.Mi sono spesso chiesto come Falcone e Borsellino reagirebbero, se per avventura ritornassero a vivere, nei confronti di tutti quelli che hanno sistematicamente stuprato la loro immagine e la loro memoria e mi riferisco sopratutto a quelli che quando ne parlano  li chiamano confidenzialmente Giovanni e Paolo. Borsellino li inviterebbe alla sua festa di compleanno e li farebbe ammazzare tutti da un sicario uscito dalla torta come in un film di Billi Wilder.

Falcone,con il suo sarcasmo graffiante esclamerebbe: “L’unico che ha evitato di appropriarsi della mia morte e’ stato Bulgari, che non ha sfruttato a fini pubblicitari il fatto che avessi al polso il suo orologio, regalo di Francesca”.Circa tutti gli altri avvoltoi sapete che vi dico:Sono mafioso anch’io ! ‘Sara’ bene che integri le mie affermazioni con ricordi di prima mano.La mattina del 24 aprile 1981 andai a trovare il dottor Falcone nel suo ufficio, perché mi aveva telefonato chiedendomi di ragguagliarlo su una indagine che stavo conducendo a Mazara del Vallo e che il 7 marzo precedente ci aveva consentito di arrestare sette mafiosi che avevano appena partecipato ad uno sbarco di eroina e sigarette a Torretta Granitola.

Avremmo anche catturato i due motoscafi dei trafficanti che venivano da Malta se il comandante della motovedetta di Trapani (fratello dell’attuale sindaco), contravvenendo agli ordini ricevuti, non avesse acceso il riflettore, palesando la sua presenza.I potenti mezzi (già appartenuti alla marina militare olandese), avviarono le loro turbine ed in pochi secondi guadagnarono la fuga, inutilmente inseguiti dalla nostra motovedetta che non superava i dodici nodi.Il tutto nel quadro di un’indagine avviata pochi mesi prima e proseguita per anni da me, e dopo di me, come espressamente chiesi al dottore Borsellino nel mio enciclopedico rapporto giudiziario finale,dal commissario Rino Germana’, il vero Montalbano, mio fraterno amico.

Io avevo già riferito tutto oralmente al consigliere Chinnici, amico di famiglia dai tempi di mio nonno, il quale, nello spiegarmi che le mie indagini si integravano perfettamente con quelle che lui stava facendo condurre al dottore Cassara’, mi aveva detto: “Non ne parli con nessuno,nemmeno con Falcone”. Ma quando ricevetti la telefonata che ho detto, non ebbi il coraggio di rispondere:”Si faccia ragguagliare dal capo del suo ufficio, che e’ perfettamente documentato”Mi precipitai invece a Palermo la mattina dopo.In ufficio c’era anche il giudice Ajala, invitato da Falcone ad ascoltarmi, quando bussarono alla porta ed entro’ il più’ famoso penalista di quei tempi, l’avvocato Paolo Seminara:”Ah, capitano, ho piacere che ci sia pure lei perché’ e’ bene che anche l’Arma sappia.Signori giudici, d’ora in poi nulla sarà’ più’ come prima!” Ed usci’.Io li guardai entrambi stupito e Falcone mi spiego’ : “Poche ore fa’ hanno ammazzato Stefano Bontate, il principe di Villagrazia”.

Io che mi ero messo in viaggio all’alba da Marsala non ne ero informato, ma in ogni caso gli chiesi cosa volesse significare l’avvocato.E lui mi rispose:”Morto lui verranno tempi bui e dovremo vergognarci anche solo dell’essere siciliani”