Nicolo Gebbia

Di Carlo nella fossa e Zaia sugli altari

È morto a Parigi di Coronavirus, all’età di 79 anni, Francesco Di Carlo, il principale testimone oculare della comunione, fisica e spirituale, fra Cosa Nostra e le Istituzioni.
Era un bon vivant, amico da sempre del principe di San Vincenzo e rispettato anche da sua madre, la principessa Stefanina, quella che ospitò a Palazzo Gangi la regina Elisabetta, e poco dopo mortifico’ il ministro Spadolini, dicendogli che sarebbe stato meglio invitarlo a pranzo nelle sue cucine, ospite della servitù.
Nel castello a mare del principe, trasformato da Di Carlo in un locale molto esclusivo, egli fece anche amicizia con Alain Delon e Claudia Cardinale, che durante le riprese del Gattopardo andavano proprio lì a fare il bagno, nel mare di Solanto.
Solo Stefano Bontade, suo intimo amico, rivaleggio’ con lui per sofisticatezza del tratto e delle frequentazioni.
Di Carlo, del resto, fu testimone oculare di un paio di incontri fra Bontade e Berlusconi, con il quale il raffinato mafioso si era abbassato a trattare per motivi di bisinnesse (è siciliano, non inglese).
Quando fu costretto a lasciare la Sicilia, si stabilì a Londra come antiquario, e frequentava lo stesso circolo esclusivo del principe Andrea e della nipote di Winston Churchill, parcheggiando la sua Ferrari davanti alle scale d’ingresso, certo che mai nessun policeman avrebbe osato fargli la multa.
Malgrado tutto ciò, Scotland Yard lo arrestò per un traffico di stupefacenti del quale si è sempre detto innocente.
Fu condannato a venticinque anni e destinato ad un carcere, Full Sutton, dalla gestione allegra, tanto che i detenuti andavano anche a passeggio nel vicino centro abitato.
Fu lì che si ritaglio’ il ruolo di chef, e pare che fosse ancora più bravo di quel cuoco che avevamo noi militari italiani a Bassora, specializzato in tagliolini all’astice ed uova al tartufo.
Quando ricevette Arnaldo La Barbera ed altri spioni italiani, andati a chiedergli come fare a stoppare Giovanni Falcone, Di Carlo ci ha raccontato tutto di quell’incontro, omettendo solo il menu preparato per loro.
Una chicca citata da lui in una delle sue testimonianze al processo Trattativa, purtroppo è stata rilevata solo da me, e mai a sufficienza approfondita dai signori magistrati: chiamato a chiarire chi fosse il comandante della compagnia carabinieri San Lorenzo, sperando che dicesse Subranni, egli invece citò il collega che gli era succeduto e, d’iniziativa, apparentemente come voce dal sen fuggita ma secondo me invece con malizia, citò anche il costruttore dell’edificio che ospitava la compagnia, lo stesso che in quegli anni, a poca distanza, tirò su un elegante palazzo di appartamenti, tutti acquistati con un comodissimo mutuo da ufficiali dei carabinieri, a partire da Subranni .
Quest’ultimo ed i suoi avvocati certo non saranno troppo dispiaciuti della sua morte, perché con lui se ne va un testimone davvero scomodo.
Circa Luca Zaia, mi duole invece fargli sapere che io, l’uomo che ebbe notizia di quella cazzuola e di quel grembiulino che gli furono consegnati in Transilvania tanti anni fa , godo ancora di discreta salute.
È vero che a Treviso di recente, al funerale di un boss storico della Lega, la sua affiliazione massonica è stata addirittura citata durante l’orazione funebre, e tuttavia non mi consta che dallo statuto del partito sia stata cancellata la proibizione a farne parte.
Oggi che Zaia ha superato l’indice di gradimento dello stesso Salvini, e già si comincia a parlare di lui come successore di Conte a Palazzo Chigi, sarebbe molto gradita una sua esplicita smentita così articolata: “Non sono massone, non lo sono mai stato, e Gebbia è solo un gran burlone!”.

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