Francesca Scoleri

Annalisa Petitto: “Sentenza di condanna al Sistema Montante, esemplare”

Di recente sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna a carico di Montante e di altri suoi sodali (“eccellenti”), giudicati a maggio scorso con il rito abbreviato innanzi al GUP di Caltanissetta, Graziella Luparello, ove emerge tutta la “pericolosità” del “sistema criminale” architettato negli anni dall’ex presidente di Confindustria Sicilia, il cosiddetto “sistema Montante”.

E’ già trascorso più di un anno e mezzo dall’operazione Double Face, condotta dalla DDA e dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, in cui veniva tratto in arresto il 14 maggio 2018, nella sua residenza di Milano, il Cavaliere Antonio Calogero Montante (in arte Antonello). Quel giorno è venuto a “galla” lo spaventoso e maleodorante “sistema Montante”.
Insieme a Montante – per 15 anni “eminenza” di Confindustria Nazionale con delega alla legalità e di fatto “padrone” della Sicilia – finivano agli arresti domiciliari anche altri suoi noti “fiancheggiatori”. Contestualmente, altri sedici “personaggi” di spicco delle istituzioni, della politica e dell’imprenditoria, suoi sodali, venivano raggiunti da pesantissimi avvisi di garanzia.
Ne parliamo con Annalisa Petitto, giovane avvocato penalista di Caltanissetta, impegnata in Sicilia a difesa delle parti civili in procedimenti penali contro mafia e corruzione nella pubblica amministrazione, difensore di Alfonso Cicero (ex presidente dell’IRSAP), “teste chiave” e parte offesa nell’inchiesta sul “sistema Montante”.

E’ trascorso un anno e mezzo dall’operazione “Double Face”. Il 14 maggio 2018 venivano tratti in arresto Montante ed altri “personaggi eccellenti”. Un vero “terremoto giudiziario” che ha “scosso” le istituzioni e l’opinione pubblica nazionale.

Si, era il 14 maggio 2018, una data indelebile, “storica” e non solo per la Sicilia. A conclusione di una vasta e complessa indagine, iniziata nel 2014, scattava l’operazione Double Face condotta dalla DDA e dalla Squadra Mobile di Caltanissetta. L’ordinanza di custodia cautelare disposta dal GIP Maria Carmela Giannazzo (2567 pagine), dava corso alla richiesta formulata dai PM Amedeo Bertone (procuratore capo), Gabriele Paci, Maurizio Bonaccorso e Stefano Luciani (2488 pagine), imperniata sulla CNR della Squadra Mobile di Caltanissetta coordinata dalla dirigente Marzia Giustolisi (1506 pagine).
Il fascicolo dell’inchiesta è composto da decine di migliaia di pagine ove sono racchiuse “tonnellate” di prove che inchiodano il “sistema Montante”: un’indagine imponente, meticolosa ed insidiosa, che ha visto magistrati e poliziotti di Caltanissetta districarsi dentro un’interminabile “rete” di complicità e compiacenze di altissimo livello.
La Procura di Caltanissetta contestava a Montante ed ai suoi sodali (tutti “nomi eccellenti” appartenenti alle forze dell’ordine, ai servizi segreti, all’imprenditoria, alla politica ed alla pubblica amministrazione), e a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, corruzione, accesso abusivo alla banca dati delle forze di polizia, rivelazione di notizie riservate ed altri gravi reati. Inoltre, a Montante veniva contestato anche il reato di tentata violenza privata posta in essere ai danni dell’ex presidente dell’IRSAP Alfonso Cicero.
Nel corso delle indagini – ove tra l’altro emergeva che negli anni Montante aveva costruito una fitta “rete” di spie per ricattare e screditare mezza Italia – la Squadra Mobile nissena scopriva, presso la sua residenza di Serradifalco, una “stanza segreta” colma di dossier e documenti “dedicati” a numerosi rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, burocrati e giornalisti.
A tal proposito è emblematico quanto si legge nella sentenza a pagina n. 585: <<Il quadro che se ne ricava, in verità abbastanza desolante, è quello di un uomo, MONTANTE, che di mestiere faceva il ricattatore seriale, non potendo attribuirsi altro significato, anche alla luce dell’esperienza riferita da CICERO sul tentativo di violenza privata in suo danno, alla raccolta incessante di dati riservati, documenti e registrazioni di conversazioni.>>

Parliamo, innanzitutto, della definizione del processo di primo grado. Condanne pesantissime per Montante ed i suoi sodali. Si attendeva tale esito?

Certamente è una sentenza esemplare pienamente aderente ai riscontri oggettivi ed alle prove inconfutabili che hanno segnato l’estesa attività d’indagine nonchè la fase processuale. Montante condannato a 14 anni di reclusione; il colonnello della guardia di finanza Gianfranco Ardizzone (già a capo della DIA di Caltanissetta) a 3 anni; l’ex commissario di polizia Diego Disimone (a capo della security di Confindustria sino al suo arresto) a 6 anni e 4 mesi; il sostituto commissario di polizia Marco De Angelis a 4 anni (già in servizio presso la Prefettura di Milano per Expo 2015); il questore di Vibo Valentia Andrea Grassi a 1 anno e 4 mesi, ruolo da cui si è dimesso nei giorni successivi alla sentenza (precedentemente dirigente di prima divisione dello SCO di Roma).

E vi è in corso anche il processo con il rito ordinario a carico degli altri sodali “eccellenti” del “sistema Montante”. L’inchiesta ha originato due processi?

E’ più corretto dire che il processo, in udienza preliminare ha preso due strade: l’abbreviato e l’ordinario. Quest’ultimo è in corso di svolgimento dinanzi al Tribunale Collegiale di Caltanissetta e vede tra gli imputati, l’ex presidente del Senato Renato Schifani, il generale dei Carabinieri Arturo Esposito (già direttore dei servizi segreti), Andrea Cavacece (ex capo del secondo reparto dei servizi segreti), il tributarista palermitano Angelo Cuva, il colonnello dei Carabinieri Giuseppe D’Agata (sino al 2018 ai servizi segreti), il facoltoso imprenditore nisseno dei supermercati Massimo Romano ed il maggiore della guardia di finanza Ettore Orfanello (sino al 2012 alla guida del nucleo della polizia tributaria di Caltanissetta).

Di recente, come sappiamo, sono state depositate le motivazioni della sentenza del processo celebratosi con il rito abbreviato che hanno messo a nudo la “nocività” del “sistema Montante”. Dalla sentenza quale “identità” esce fuori di Montante, ovvero del “Padrino dell’Antimafia” (come giustamente viene definito dal giornalista Attilio Bolzoni nel suo libro prezioso dedicato all’inchiesta)?

La sentenza suggella l’eccezionale e difficilissimo lavoro condotto in questi anni dalla DDA e dalla Squadra Mobile di Caltanissetta. La vera identità di Montante può essere colta senz’altro a pagina n. 1715 della sentenza: <<MONTANTE, infatti, è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere, che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di “dossieraggio”, molte delle istituzioni pubbliche, sia regionali che nazionali, dando vita ad un fenomeno che può definirsi plasticamente non già quale mafia bianca, ma mafia trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e, perciò, in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle comuni misure anticorpali.>>

La “mafia trasparente”. E’ una “mafia” che non si vede perché si è “travestita” da antimafia. Quindi è più subdola, più “pericolosa”?

Assolutamente si, è molto più subdola e pericolosa: il “sistema”, per quindici anni, appariva, agli occhi di tutti, “trasparente” perchè composto da “eroi” dell’antimafia che nella realtà hanno dimostrato di essere dei “falsi eroi”.
Ciò ha permesso a Montante ed ai suoi insospettabili sodali di operare “in sicurezza”, facendo business, condizionando pezzi delle istituzioni e della politica, infiltrando e controllando la pubblica amministrazione.

In questi quindici anni neanche l’informazione si è accorta di nulla?

E’ chiaro che la responsabilità riguarda un po’ tutti i settori. In ogni modo, in nessun caso, non possiamo e non dobbiamo mai generalizzare. Sarebbe un errore macroscopico, imperdonabile.
E’ doveroso ricordare che vi sono giornalisti siciliani che da oltre quattro anni anni scrivono pagine di verità molto “scomode”, assumendo, senza nessun tentennamento, posizioni nette.
Attilio Bolzoni, noto giornalista di Repubblica, ha squarciato il “velo” il 9 febbraio 2015: altra data indelebile, “storica” per l’informazione. Quel giorno tutti apprendevamo che Montante era indagato per concorso esterno alla mafia: servizi e approfondimenti di assoluto clamore – anche a firma di Francesco Viviano – proseguiti anche nelle settimane e nei mesi successivi in cui i giornalisti di Repubblica non si risparmiavano nel descrivere la pericolosità del “sistema Montante”.
Inchieste giornalistiche tali da “spingere” Montante – come è stato accertato dalle indagini – a prendere di “mira” anche Bolzoni, tant’è che oggi il giornalista di Repubblica è parte civile nell’inchiesta per le pesanti ritorsioni subite dal 2015 che hanno riguardato sia la sua persona che la sua sfera familiare.
Il titolo del libro di Bolzoni, “Il Padrino dell’Antimafia”, dedicato all’inchiesta su Montante, colpisce nel segno. La prefazione dice tutto:<<Un siciliano che è “nel cuore” di un boss di Cosa Nostra diventa misteriosamente il faro dell’Antimafia italiana. Il delitto perfetto.
Con la complicità di ministri dell’Interno e alti magistrati, di spie e generali, Calogero Antonio Montante in arte Antonello è il personaggio che più di ogni altro segna l’oscura stagione delle “mafie incensurate” che dettano legge dopo le stragi del 1992. Simbolo della legalità per Confindustria e a capo di una centrale clandestina di spionaggio, fra affari e patti indicibili la sua storia fa scorgere un pezzo d’Italia con il sangue marcio. Chi è davvero Montante? Solo il prestanome di un sistema imprenditoriale criminale? Il pezzo “difettoso” di una perfetta macchina di potere? È pupo o puparo?>>
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In questi anni anche altri giornalisti coraggiosi hanno raccontato della “velenosa rete” messa in piedi da Montante. Soltanto alcuni esempi: Paolo Mondani, di Rai3, ha realizzato interessanti e scomode “inchieste” ed approfondimenti andate in onda su Report; Mario Barresi, del quotidiano “La Sicilia”, e Salvo Palazzolo, di Repubblica Palermo, hanno dedicato intere pagine di verità, focus, “inchieste” ed approfondimenti di assoluto interesse; Pino Finocchiaro, di Rainews, ha seguito tutte le più importanti tappe del processo sino al giorno della sentenza realizzando diversi servizi televisivi; Emanuele Lauria, di Repubblica Palermo, ha messo sotto la lente di ingrandimento l’intreccio perverso e la trasversalità del “sistema Montante” con taluni settori della politica e dell’amministrazione regionale. Nelle pagine della cronaca di Caltanissetta vi è stata un’informazione quotidiana molto puntuale ed attenta grazie al lavoro svolto da diversi giornalisti tra i quali Alessandro Anzalone e Lillo Leonardi per “La Sicilia”; la testata on line nissena seguonews.it ha dato corso ad una costante cronaca processuale e dell’inchiesta, curata dai giornalisti Rita Cinardi (corrispondente ANSA) e di Donata Calabrese (corrispondente AGI). E vi sono anche altri giornalisti locali di testate on line e blog operanti in diversi territori della Sicilia, che hanno garantito un’informazione altrettanto ottima sul “sistema Montante” a cui va riconosciuto ogni apprezzamento.

In molte parti della sentenza viene richiamata, anche, la posizione di Alfonso Cicero, quale “teste chiave” e parte offesa nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Montante”. Abbiamo già avuto modo di richiamare, in alcuni nostri articoli, taluni “passaggi” del suo corposo atto di costituzione di parte civile quale difensore di Cicero nel processo, per i danni che ha patito a seguito delle ritorsioni poste in essere da Montante.

Cicero, com’è noto, sino al 18 settembre 2015 era alla guida dell’IRSAP (ente che gestisce le aree industriali della Sicilia), e si è dimesso – rinunciando contestualmente a ricoprire l’incarico di Commissario dell’ente – il giorno dopo essersi recato alla DDA di Caltanissetta per denunciare diversi fatti inquietanti riguardanti il “sistema Montante”, fatti tutti riscontrati sia nella fase d’indagine che processuale. E’ teste “chiave”, persona offesa e parte civile nell’ambito dell’inchiesta.

A pag. n. 301 della sentenza si legge testualmente che <<CICERO, per converso, dopo essere stato commissario straordinario in alcuni consorzi ASI siciliani, era stato nominato prima commissario straordinario e poi presidente dell’I.R.S.A.P., funzione nell’esercizio della quale lo stesso aveva attivato una serie di misure di contrasto alla criminalità organizzata e alle sue infiltrazioni nel mondo dell’imprenditoria.>>

Cicero, negli anni aveva denunciato il malaffare delle aree industriali della Sicilia subendo gravi intimidazioni e minacce sia dai sistemi affaristico-mafiosi e, poi, anche dal “sistema Montante” come è emerso dall’indagine Double Face.
Aggiungo, che a pagina n. 301 della sentenza è anche evidenziato che <<Nelle parole di CICERO, in particolare, non è possibile riconoscere alcun gratuito anímus nocendi nei confronti di MONTANTE, ma soltanto la ferma determinazione di ristabilire la verità sull’impegno antimafia, predicato ma non praticato dal medesimo MONTANTE, un’antimafia in ossequio alla quale CICERO, quale presidente dell’I.R.S.A.P., si era sovente sovraesposto, illudendosi che eguale sovraesposizione avrebbe accettato il suo apparente mentore, l’imprenditore di Serradifalco.>>

Si rileva dalle motivazioni della sentenza anche la piena credibilità di Cicero in merito alle segnalazioni che ha sottoposto al vaglio degli inquirenti sul “sistema Montante”.

Le segnalazioni di Cicero, aventi ad oggetto di diversi fatti delittuosi a carico di Montante e dei suoi sodali, sono state pienamente riscontrate dalle indagini e la sua credibilità è stata largamente acclarata in numerosi passi della sentenza del giudice che ne ha colto la sua lealtà, la sua genuinità ed il suo sincero e convinto proposito di contrasto a qualsiasi forma di potere criminale.

Il suo atto di costituzione di parte civile, relativamente alla tentata violenza privata attuata da Montante ai danni di Cicero, aveva ben schematizzato una sequenza impressionante di ritorsioni poste in essere ai danni dell’ex Presidente dell’IRSAP, susseguitesi negli anni e sino all’arresto dell’ex presidente di Confindustria Sicilia.

Montante, va ricordato, è stato condannato anche per il reato di tentata violenza privata ai danni di Cicero. Nel periodo aprile-luglio 2015, mentre era in corso la riconferma di Cicero a presidente dell’IRSAP, Montante voleva costringere Cicero, senza riuscirvi, a confezionargli una lettera retrodatata, al 10 luglio 2014 (data dell’audizione di Cicero in Commissione nazionale antimafia), per dimostrare “documentalmente” che quanto Cicero aveva esposto e denunciato in Commissione antimafia, in merito alla sua azione di contrasto ai sistemi affaristico-mafiosi delle aree industriali della Sicilia ed a quanto evidenziato sul conto di Dario Di Francesco, (ex dipende del Consorzio Asi di Caltanissetta) capo mafia della famiglia di Serradifalco, successivamente divenuto collaboratore di giustizia ed accusatore di gravi fatti di mafia che coinvolgerebbero Montante, fosse il frutto dei suggerimenti indicati dallo stesso Montante.
Ripetute minacce ed intimidazioni, assolutamente esplicite, rivolte da Montante a Cicero per ottenere la lettera retrodatata, consistite nell’eloquente espressione verbale pronunciata da Montante “ce ne saranno per tutti”, “ora cumu va finisci va a finisci”, nell’esibizione delle registrazioni degli sms relativi a tutte le conversazioni intrattenute con chicchessia da Montante anche con lo stesso Cicero, e che avrebbe fatto “fallire gli amici di Caltanissetta”.
Montante, da quel momento in poi e sino al giorno del suo arresto, organizzava, coadiuvato da taluni suoi noti “sodali” – come emerge in modo evidente dalle indagini – una serie impressionante di gravissime ritorsioni ai danni di Cicero che ho ritenuto assolutamente necessario descrivere ed evidenziare nell’atto di costituzione di parte civile.

Vi sono altre inchieste “sul sistema Montante”?

L’inchiesta “Double Face”, è ormai notorio, ha coinvolto anche altri esponenti politici, rappresentanti istituzionali ed imprenditori di primo piano, tra i quali l’ex governatore Rosario Crocetta, l’imprenditore Giuseppe Catanzaro sino a maggio 2018 alla guida di Confindustria Sicilia, gli ex Assessori regionali delle attività produttive Mariella Lo Bello e Linda Vancheri, l’ex Commissario dell’IRSAP, oggi Sindaco di Naro, Mariagrazia Brandara, ed altri “colletti bianchi”. Questo, per intenderci, è il cosiddetto “filone politico” dell’inchiesta.
Ad oggi, da quanto leggiamo dalle cronache di stampa, i suddetti soggetti sono stati raggiunti da pesantissimi avvisi di garanzia, disposti dalla DDA di Caltanissetta, per associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito. Soggetti, tutti, legati al “sistema Montante”.
Ed è ancora in fase d’indagine – come abbiamo appreso nel corso del processo che si sta celebrando con il rito ordinario nei confronti degli altri sodali dell’ex Presidente di Confindustria Sicilia – l’inchiesta condotta dalla DDA nissena a carico di Montante per concorso esterno alla mafia.

E’ un pozzo nero senza fondo?

Il “sistema”, com’è emerso dalle indagini, ha “radici” antiche e profonde e – aggiungerei – alquanto velenose. Un “sistema” potentissimo, capillare e trasversale, che ha operato nel corso di un lunghissimo periodo (sin dai primi anni del 2000), dominando, progressivamente, i centri di potere della Regione Siciliana e importanti “pezzi” dell’imprenditoria e della politica siciliana, a cui è stato offerto “supporto” da taluni alti rappresentanti dello Stato rivelatisi infedeli.
Una “stagione”, ricordiamolo, come emerge dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, richiamate negli atti dell’indagine e anche nella sentenza, che non avrebbe fatto a meno neanche di Cosa Nostra. Ulteriori fatti, indubbiamente, molto inquietanti, che soltanto le indagini della magistratura potranno riscontrare.

Nelle scorse udienze del processo che si sta celebrando a Caltanissetta con il rito ordinario, tra la copiosa documentazione che lei ha prodotto nell’interesse di Cicero, quale parte civile, vi è un verbale del 2015 del Consiglio di disciplina dell’ordine degli avvocati di Caltanissetta. Di cosa si tratta?

A lei non sfugge nulla…

Le voci corrono…

…e le udienze sono pubbliche.

Si, infatti.

E’ il verbale del Consiglio distrettuale di disciplina dell’ordine degli avvocati di Caltanissetta, del 16 dicembre 2015, ove emerge che il citato organismo ha deliberato, all’unanimità, l’archiviazione di un esposto presentato da un noto “personaggio” nei miei confronti. L’esposto è stato archiviato per manifesta infondatezza della notizia dell’illecito.

Ritorsioni?

Ritorsioni a tutto tondo!

Anche a lei?

Da anni, “precisi ambienti” non perdono occasione per scagliare odio ed una quantità “industriale” di accuse false e calunniose finalizzate a colpire Cicero ed anche il suo legale, ovvero la sottoscritta: fa parte della strategia! Quando vi sono gli elementi denuncio pure e attendo – sempre in silenzio e con fiducia – le verifiche degli organi competenti.

Sempre determinata. Lei è così.

Sempre più determinata. Sempre. Chi mi conosce sa bene che non saranno mai le ritorsioni, di ogni tipo e da qualsiasi parte provengano, a fermare il mio impegno contro certi “sistemi”.

Un’ultima domanda. A Caltanissetta la magistratura e le forze di polizia hanno fatto un lavoro eccellente. La politica siciliana ha reagito? Vi sono segnali positivi per “bonificare” la pubblica amministrazione dalle infiltrazioni “criminali” e dalla corruzione?

Ad oggi emerge soltanto quanto di straordinario hanno fatto nell’opera repressiva i magistrati e le forze dell’ordine di Caltanissetta.
La politica siciliana, di qualsiasi schieramento, purtroppo non ha offerto alcun segnale concreto che lasci ben sperare.
E’ indispensabile che la politica (tutta!) crei le pre-condizioni per prevenire il “cancro” della criminalità e della corruzione che si annida nei meandri della pubblica amministrazione. Così come è essenziale che la classe dirigente politica “selezioni” con rigore i candidati da inserire nelle liste di partito per le consultazioni elettorali di ogni livello. L’opera di repressione condotta ed assicurata dall’autorità giudiziaria non è sufficiente per “bonificare” le istituzioni e la politica dal malaffare. La legalità è indispensabile per il futuro economico della Sicilia.
E’ notizia di questi giorni, pubblicata da Italia Oggi, che le province siciliane si ritrovano – ancora una volta – in fondo alla classifica nazionale del 2019 sulla qualità della vita. Mi auguro che prima possibile vi sia uno “scatto in avanti” per voltare definitivamente pagina. Me lo auguro di tutto cuore per l’amore incondizionato che ho per la mia terra!

C’è lo auguriamo davvero tutti, la Sicilia merita di avere un futuro diverso.

Decisamente!

Grazie per quest’altra interessante “conversazione”. Ci “rivediamo” alla prossima “puntata”. Complimenti per il suo impegno e buon lavoro.

Grazie a lei. Ci si “vede” con piacere alla prossima “puntata”. E sempre complimenti per il vostro prezioso impegno per la legalità. Buon lavoro anche a lei.