Nicolo Gebbia

Quel brindisi all’uccisione di Ninni Cassarà

Quel 6 di agosto del 1985, mi ero ritagliato un giorno di vacanza. Avevo ospiti Massimo Del Pra, sua moglie Anna, sua sorella Giorgia di 15 anni, ed i loro due bambini di sette e cinque anni. Il giorno prima avevo mostrato loro l’isola di Mozia, e invece per il sei era prevista una full immertion nei templi di Selinunte. Partii dalle cave di Cusa, dove erano state scavate le colonne dei templi, e ne restava ancora qualcuna che aveva interrotto il suo rotolamento apparentemente perché impedita dagli alberi di ulivo che le sorgevano intorno, quasi che il tempo si fosse fermato, e nulla lasciava intendere che quegli splendidi alberi avevano almeno duemila anni di meno. Poi ci spostammo direttamente ai templi, e fu lì che il maggiore dei bambini, con l’argento vivo addosso, riuscì a gettarsi giù dalle mura ciclopiche.

Oggi ha quasi quaranta anni, è un affermato fotografo professionista, socio dell’agenzia Magnum (per intenderci quella di Robert Capa e Cartier-Bresson) e vive a Berlino. Ma allora era solo un bambino spaventato che si rialzò miracolosamente, dopo un volo di quattro metri, affermando che gli faceva male il braccio sinistro.

Lo portammo subito al Pronto Soccorso, già allora esistente presso i templi, dove il medico mi prese in disparte: “Capitano, la prego, vada alla farmacia di Marinella e compri bende e cerotto, perché non ho neanche quelli.” Coinvolto in questo piccolo e miserando segreto, scappai in farmacia, mentre il medico perdeva tempo ispezionando la testa e tutti gli altri arti del bambino.

Quando tornai, e feci scivolare con indifferenza il pacchetto sulla sua scrivania, il dottore si illuminò nel volto e disse ai miei amici: “vostro figlio ha una frattura a legno verde di ulna e radio. Bisognerà allineare le ossa e poi ingessargli l’avambraccio. Tuttavia sarebbe meglio portarlo all’ospedale di Castelvetrano per una radiografia.”

Così facemmo, ma il vecchio ospedale di Castelvetrano ci riservò delle brutte sorprese. Non si trovavano né il radiologo né l’ortopedico. Fu così che presi il toro per le corna e dissi ai miei amici: “vi porto all’ospedale di Marsala.”

Lungo la strada di ritorno occorreva passare dalla tangenziale di Mazara del Vallo, dove trovammo un posto di blocco della Polizia di Stato. Vidi che era capeggiato direttamente dal mio amico commissario Rino Germanà, dissi a Massimo, che era alla guida, di uscire dalla colonna e avvicinarsi suonando ripetutamente il clacson. Quando però eravamo a pochi metri da Germanà, due agenti, in borghese come lui, ci spianarono contro le mitragliette. Scesi dalla macchina con entrambe le mani alzate urlando: “Rino”. Lui, che stava controllando i documenti di una macchina, alzò gli occhi, mi riconobbe e si avvicinò subito. Aveva uno sguardo angosciato, tanto angosciato che gli chiesi subito: “chi hanno ammazzato questa volta?”

Lui, con il quale pochi giorni prima avevo commentato l’uccisione del commissario Montana, mi rispose: “questa volta è toccato a Ninni Cassarà. Il prossimo sarò io.” Ed in effetti qualche anno dopo a lui sarebbe toccata, quando il commando capeggiato da Matteo Messina Denaro gli esplose contro decine di proiettili, restando però sconcertato dalla sua risposta al fuoco, con cui li mise in fuga, sopravvivendo ad una condanna a morte della mafia stragista, e negli anni successivi alla rimozione colpevole del suo eroismo comminatagli dai ministri degli interni via via succedutisi fino a quando non è stato “colpito dai limiti di età”.

Perché vi sto raccontando tutto questo?

Sto esercitando la memoria in attesa di quando, fra breve, sarò chiamato al tribunale di Termini Imerese, per rispondere di un mio comportamento asseritamente censurabile penalmente.

Dopo l’uccisione di Ninni Cassarà, molte famiglie mafiose organizzarono dei brindisi per festeggiare quella loro vittoria. Mi è capitato che il giorno del mio giuramento come assessore alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione del Comune di Mezzojuso, 31 dicembre u.s., dopo il discorso da me tenuto al Castello, un signore poco più anziano di me, originario di Ciminna, nel farmi i suoi auguri per il mio nuovo incarico, abbia rievocato proprio quell’omicidio eccellente, raccontandomi che lui ebbe la ventura di trovarsi subito dopo a Mezzojuso, dove il capo famiglia locale gli mise in mano un calice che riempì di champagne.

“Che dovevo fare? Brindare mi ripugnava ma rifiutarmi di farlo sarebbe stato
come condannarmi da solo a chissà quale punizione, se non addirittura a fare la stessa
f i n e d e l p o v e r o C a s s a r à . M i è t o c c a t o b r i n d a r e ! ”

Io mi auguro che quel signore, di cui non conosco il nome, quando sarà fissato il
processo contro di me , si presenti spontaneamente a testimoniare.
Circa la fiaccolata di domenica prossima a Mezzojuso organizzata da Salvatore Battaglia
in favore delle telecamere di Giletti, sono sicuro che essa avrà un grande successo, con
una corale partecipazione de tutte le decine di associazioni che in Sicilia prosperano nel
ricordo di cosa è stata la mafia e per inculcare nei giovani quei sani principi che, se
maturati nel loro animo, impediscano per sempre che essa torni ad essere.

Tra l’altro ho controllato il calendario. La fiaccolata non si sovrappone ad alcuna altra manifestazione, ed allora perché non calendarizzarla, da ora in poi, ogni anno?

Suggerisco infine al mio sindaco di far acquistare al comune il relitto dell’automobile incendiata a Battaglia, ed esporla perennemente in piazza Umberto I. È il sovrano che dette ordine al generale Bava Beccaris di sparare con i cannoni ad alzo zero contro gli scioperanti, in via Palestro a Milano nel 1898, ed altre amenità che vi risparmio per brevità. A Salvatore, se la mia proposta gli appare incompleta, spiegherò che la legge vieta di intitolare strade e piazze a persone tuttora in vita.

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