Gaetano Pascale

Aspetti psico-sociologici dei suicidi nella polizia

Analisi e proposte di intervento per un fenomeno di cui non si vuole parlare.

E’ difficile non individuare in tutti noi l’idea che gli operatori di Polizia siano esposti a eventi traumatici o stressanti nello svolgimento del loro lavoro. Questi traumi sperimentati sul campo possono essere fonte inesauribile di danni psicologici e nel contempo esporre al rischio di Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) e cioè Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT).

Autorevoli studiosi descrivono il fenomeno affermando che esso comporti una reazione di shock psicologico agli stressor traumatici (direttamente legati alla morte) chiamata «angoscia traumatica» e che può divenire patologica e irrisolta e scatenare quindi un DSPT cronico.

Nell’attività di Polizia, gli operatori possono essere esposti al cosiddetto stress traumatico secondario (STS), definito come il conseguenziale adattamento emotivo e comportamentale ad un evento traumatico accaduto o allo stress dovuto all’aiuto o al tentativo di aiuto nei confronti di persone traumatizzate o sofferenti (Kop, Euwema e Schaufeli).

Sugimoto e Oltjenenbruns nei loro studi affermano che, se il poliziotto resta direttamente vittima di un evento (ad esempio assiste a una conflitto a fuoco in cui muore una persona), si dovrebbe parlare di DSPT, mentre se, ad esempio, un agente comunica la morte di una persona a un familiare ed empatizza con la perdita sarebbe più opportuno parlare di STS.

Numerosi studi e ricerche hanno mostrato che il 40% del campione di poliziotti oggetto di indagine soffra fortemente di distress rispetto alla media della popolazione. Leonard e Alison (1999) sostengono che i sintomi di stress in seguito all’esposizione a situazioni traumatiche possono continuare per lungo tempo e includono senso di colpa, ansia, depressione, disturbi del sonno, pensieri intrusivi, compromissione delle abilità di coping, rabbia. In particolare la rabbia, secondo gli autori, è associata all’ostilità, al coinvolgimento in azioni violente e a una maggiore propensione all’uso di armi.

IL BURNOUT

Il termine burnout caratterizza una sindrome tipica delle helping profession caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione (intesa come atteggiamento distante e spersonalizzato con i propri utenti) e ridotta realizzazione professionale.

La ricerca e gli studi condotti sul burnout ha riguardato però maggiormente figure professionali quali insegnanti, infermieri, medici e operatori sociali, mentre quello dei poliziotti è stata raramente preso in considerazione.

Tuttavia il lavoro di Polizia non può essere solo e semplicemente classificato come helping profession: se gli operatori sociali e sanitari hanno come focus di attenzione l’essere umano nelle varie sfaccettature dei suoi bisogni, il poliziotto centra il suo lavoro sulla legge e sul conseguente principio di autorità che ne deriva.

L’identità personale e sociale dell’operatore di polizia è quindi più complessa e articolata.

Kop, Euwema e Schaufeli hanno condotto ricerche dalle quali è emerso che l’esaurimento emozionale e la depersonalizzazione (due dimensioni del burnout) sono fortemente correlati a un diminuito benessere e a un maggiore atteggiamento cinico nei confronti dei cittadini e della direzione.

Nello stesso lavoro di ricerca è stata riscontrata una relazione fra burnout e uso della violenza.

Le condotte violente sono più probabili tra i poliziotti che hanno sviluppato atteggiamenti cinici e distaccati nei confronti dei cittadini.

Kop, Euwema e Schaufeli ritengono che il burnout sia conseguenza di una mancanza di reciprocità esperita nelle relazioni sociali di scambio, a un livello sia interpersonale che organizzativo. La mancanza di reciprocità si sperimenta nel momento in cui le energie investite non sono proporzionali alle ricompense ottenute in cambio. La loro ricerca, infatti, conferma questo punto di vista trovando un’associazione fra mancanza di reciprocità nei confronti dei cittadini, dei colleghi e dell’organizzazione e le tre variabili del burnout.

Secondo Mayhew il burnout può avere molte conseguenze negative nella vita di un poliziotto, quali dimissioni, depressione, divorzio e anche suicidio. L’autrice sostiene che gli indicatori del burnout di un poliziotto comprendono: assenteismo, irritabilità, difficoltà nella concentrazione, insonnia senso di fatica generalizzato e un insieme di sintomi psicosomatici.

IL SUICIDIO

L’analisi di 77 casi di suicidio rivela che nel 90% dei casi il mezzo utilizzato per l’autosoppressione è la pistola di ordinanza che, come è facilmente comprensibile, rappresenta un importante e immediato strumento distruttivo, per di più ricco di significati non solamente negativi ma anche espressivi non solo di patologica esaltazione eroica in un momento in cui domina la sofferenza, ma anche di frustrazione, di solitudine.

In particolare si è evidenziato come, alla base di tali episodi drammatici, si possano rintracciare diverse cause: il rapporto continuo con la violenza, la sofferenza e la morte, la convivenza forzata con i colleghi, il senso di solitudine successivo all’allontanamento forzato dall’ambiente abituale, con conseguente perdita delle proprie sicurezze, ma anche cause esterne alla sfera professionale come le delusioni sentimentali.

Il suicidio di un poliziotto può avere conseguenze pesanti dal punto di vista psicologico nei colleghi e nei superiori che lo conoscevano.

L’dea e la necessità, nell’ottica di assicurare un fattivo supporto in caso di suicidio di un poliziotto potrebbe essere quella di mettere in atto un’azione al fine di fornire sostegno emotivo ai colleghi e ai conoscenti del suicida.
Fattori individuali
Come ho già affermato in precedenza, i fattori individuali sono di grande importanza nell’interazione con i fattori stressogeni.
In generale all’interno delle forze dell’ordine i rischi connessi al lavoro e il livello di stress decrescono con il progredire dell’età e dell’anzianità di servizio (Mayhew, 2001; Storch e Panzanella, 1996).

In effetti quando un operatore di polizia raggiunge una maggiore età e quindi una maggiore esperienza, una migliore posizione e abilità lavorativa, si potrebbe riscontrare una connessa riduzione del rischio legato al lavoro.

L’abilità di affrontare con coraggio condizioni difficili, la vulnerabilità, definita come la forza che comprime lo stressor sull’individuo, la resilienza, definita come la capacità di recuperare dopo un evento negativo e di ritrovare un veloce equilibrio attraverso il coping, possano influenzare il modo in cui vengono vissuti e interpretati gli stressor.

Se gli stressor vengono adeguatamente affrontati possono costituire esperienze di crescita e sviluppo personale.

Le strutture cognitive personali sono basilari e funzionali nell’elaborazione del trauma.
Gli schemi cognitivi di un operatore di polizia possono essere compromessi e/o modificati dall’esperienza del trauma e questo può essere la causa di molte difficoltà psicologiche che interferiscono con il processo di coping.

Pertanto i poliziotti con schemi di sé che idealizzano l’invulnerabilità e l’integrità personale una volta esposti al trauma che distrugge questa illusione sono più propensi a sviluppare disturbi psicologici.

Come è stato dimostrato dalla ricerca empirica, un modo efficace per proteggersi dallo stress nel lavoro in polizia è legato alla regolazione dell’umore negativo.
Bisogna partire dalla considerazione che negli scenari operativi si possono trovare poliziotti che sono più convinti della loro capacità di ridurre e controllare i propri stati d’animo negativi e altri, invece, che non ne sono affatto convinti.

Efficaci stategie di coping adattive sono attuabili se si va a determinare l’aspettativa legata alla regolazione dell’umore e comporta una più bassa incidenza di conseguenze dello stress lavorativo come l’ansia, la depressione, i problemi fisici e l’abuso di alcol.

Anche percorsi di sostegno e di confronto per innalzare i livelli di l’autostima risultano essere un fattore di protezione nei confronti degli stressor lavorativi.

Gana e Boblique (2000) hanno dimostrato che i poliziotti con maggiore autostima riescono a mettere in atto strategie di coping più efficaci, evitando così il rischio di sviluppare burnout.

POSSIBILI INTERVENTI PER DIMINUIRE IL DISAGIO

Cosa fare dunque per tentare di ridurre al minimo i rischi di disturbi psicologici dovuti all’esposizione a situazioni o eventi stressogeni sul lavoro e promuovere competenza e benessere tra le forze di Polizia?

Procedure adeguate in corso di selezione e addestramento possono essere efficaci nel prevenire lo sviluppo di disturbi connessi allo stress lavorativo.

In generale, l’esperienza dell’addestramento permette ai poliziotti una maggior efficacia nell’affrontare situazioni problematiche attraverso l’uso di modalità di fronteggiamento come rimanere mentalmente distaccati, controllare le risposte emotive, accettare le proprie responsabilità ed effettuare una rivalutazione positiva della situazione (Violanti, 1993).

Nella realtà operativa si è molto distanti da tutto cio’.
I metodi di selezione del personale sono vetusti e si articolano su schemi obsoleti spesso non al passo con i tempi.
L’addestramento del personale è relativamente concentrato agli istituti di istruzione e/o formazione presso i quali il personale neoassunto è inviato dopo aver superato il pubblico concorso. Fatte salve rarissime eccezioni, non supera i sei mesi durnate i quali ci si alterna fra nozioni teorico/pratiche non idonee a prepapare adeguatamente un operatore di polizia che dovrà confrontarsi da subito con la strada.

Fra gli interventi che invece si occupano di minimizzare i rischi successivi a traumi, la strategia più popolare è il debriefing.

Il debriefing dopo un incidente (Critical Incident Stress Debriefing/CISD) consiste nel fornire aiuto e assistenza subito dopo la crisi in modo da poter prevenire la comparsa o il mantenimento di problemi più seri. Una ricerca ha verificato in che modo il debriefing possa essere un valido intervento nelle esperienze stressanti acute, come quelle che si verificano quando si è colpiti da un’arma da fuoco.

I ricercatori americani Leonard e Alison, confrontando due gruppi di poliziotti coinvolti in sparatorie, il primo sottoposto a CISD e il secondo di controllo, hanno notato una riduzione nei livelli di rabbia e un maggiore uso di strategie di coping adattive.

Nell’affrontare gli Incidenti Critici Professionali, la prassi ha fino a oggi dato assoluta prevalenza all’aspetto disciplinare più che a quello dell’intervento psicologico.

Lucchetti (2003) osserva che le iniziative a sostegno psicologico al personale di Polizia debbano essere di tipo cognitivo-comportamentale proprio perché si riferiscono a processi più immediatamente percepibili e interpretabili e spiega come debbano essere opportunamente proposti perchè nell’ambito della Polizia vige sovrano il convincimento che se un operatore ricorre al suporto di psicologi, sociologi o psichiatri allora è certamente ” fuori di testa”, un soggetto quindi da tenere alla larga.

Sulla base della mia esperienza pregressa nella Polizia, ben conoscendo le dinamiche, le scuole di pensiero, le opportunistiche e propagandistiche rappresentazioni della realtà, rietengo sia utile, istituire ed organizzare una serie di webinar divulgativi sulla gestione dello stress in situazioni critiche che possano essere tutte utili attività di prevenzione e sostegno per rendere gli agenti maggiormente competenti ed efficienti nel loro lavoro.

Nel contempo, dinanzi alla più totale indifferenza delle Istituzioni, dare vita ad uno sportello on line attraverso il quale, con le dovute cautele e sulla stessa stregua delle contromisure adottate a tutela dei whistleblowers per intercettare tutte quelle istanze di sostegno per la prevenzione dei fenomeni di suicidio che oramai sono all’ordine del giorno.

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