Sabrina D'Elpidio

Rifiuti tossici: Natale De Grazia avvelenato per fermare indagini su navi affondate.Corruzione e ambiente Ultima parte

La Themis & Metis, intervenendo al Forum Risk Management , ha rappresentato al pubblico, il prepotente nesso che intercorre fra ambiente, salute e corruzione.Pubblicheremo a puntate, la relazione che ho presentato al pubblico.

Natale De Grazia e i veleni scomparsi in mare.

Secondo le indagini delle autorità giudiziarie di mezza Italia, i capimafia hanno gestito e pianificato numerosi affondamenti di navi con il tritolo.

La ‘ndrangheta, ad esempio, in Calabria, non si sarebbe fatta scrupoli a gestire sulle coste di quella Regione un gran numero di “finti” disastri.

“Sai quanto ce ne fottiamo del mare?” dice un boss al suo interlocutore durante una conversazione intercettata dalla Dda di Reggio Calabria, “Pensa ai soldi, che con quelli il mare andiamo a trovarcelo da un’altra parte…”.

E stando agli stessi rapporti investigativi, gli affondamenti – ancora oggi – sarebbero una pratica di grande attualità.
Un documento ufficiale della Direzione Investigativa Antimafia registra, nell’arco temporale 1995-2000, ben 637 affondamenti sospetti nei mari del mondo, 52 nel nostro Mediterraneo.

Sospetti perché avvenuti con condizioni meteo perfette e con il mare piatto, senza lanciare May day, con rotte e carichi anomali rispetto ai documenti ufficiali, con equipaggi che appena messi in salvo facevano perdere le loro tracce.

Del destino di quei natanti se ne interessavano solo le compagnie di assicurazione, come i Lloyd’s, che dovevano sborsare i premi assicurativi e che per questo in quei naufragi ci han sempre sentito puzza di bruciato.

“Uno dei documenti desecretati dalla Commissione bicamerale comprende una lista di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra il 1989 e il 1995 in mano ai Servizi e legati  indissolubilmente a“presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi”.

L’elenco, dicono le carte, era stato spedito alla procura di Reggio Calabria, alla Presidenza del Consiglio (Governo Dini) e al ministero della Difesa, ma rimase in qualche cassetto.Perché?

Non sorprende affatto che in quell’elenco ci fossero anche i nomi delle 27 navi sulle quali stava indagando Natale De Grazia, vera anima del pool istituito dalla procura reggina per indagare su quegli affondamenti, morto per avvelenamento proprio nel 1995, proprio durante uno dei viaggi legati a quelle indagini.

“De Grazia si sente male subito dopo aver cenato in un ristorante a Campagna, ad 1 km dal casello. Poco dopo si sente male, e decede sulla Salerno-Reggio Calabria nel comune di Nocera Inferior,  si legge sul certificato di morte – arresto cardio-circolatorio, motivazione troppo generica che porta alla necessità di realizzare un esame autoptico -quest’ultimo viene effettuato dopo dieci giorni presso l’ospedale di Reggio Calabria.I dati dell’esame autoptico verranno poi trasmessi alla famiglia solo dopo dieci anni dalla morte, nel 2012 viene stabilito da una ulteriore perizia la morte a causa tossica.Secondo il pentito Francesco Fonti, audito in sede di Commissione parlamentare d’inchiesta sul traffico illecito di rifiuti, il capitano di fregata De Grazia sarebbe stato ucciso in ragione delle indagini da lui condotte relative allo smaltimento illecito di rifiuti tossici. Il pentito ricollegò altresì la vicenda all’assassinio di Ilaria Alpi, avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994.” Fonte Wikipedia.

Guarda caso, con la sua morte tutto si fermò.

Tra le navi attenzionate da De Grazia, la motonave Rigel, inabissatasi il 21 settembre del 1987 a largo della coste reggina di Capo Spartivento e per la quale un processo ha definitivamente accertato l’affondamento doloso.

Nel nostro Paese, l’entrata in vigore del delitto di traffico organizzato di rifiuti ha consentito agli inquirenti di usare contro le holding criminali del settore idonei strumenti investigativi come le intercettazioni telefoniche e ambientali, arrestare i presunti responsabili di traffici, fare ricorso alle rogatorie internazionali, contare su tempi di prescrizione più lunghi rispetto agli altri reati ambientali, tutti di tipo contravvenzionale.

Un ulteriore impulso è arrivato con l’inserimento del delitto previsto dall’art. 260 del Dlgs 152/2006 tra quelli di competenza delle procure distrettuali antimafia, in considerazione della sua particolare gravità. Ma la strada è ancora lunga.

Per aggirare la Convenzione di Basilea – che dal 1992 regolamenta i movimenti transfrontalieri di rifiuti tra paesi Ocse e non Ocse vietandone in linea generale l’esportazione – i trafficanti fanno ricorso alle triangolazioni tra paesi e alla falsificazione dei documenti di accompagnamento dei carichi (la tecnica del giro-bolla): Italia-Germania-Olanda-Hong Kong-Cina, ad esempio.
Di regola, cinque, sei, sette passaggi per carico.

Nel nostro Paese il percorso criminale transfrontaliero inizia, solitamente, dalle grandi piattaforme logistiche che rastrellano ogni genere di scarto, anche quelli provenienti dalla raccolta differenziata, per destinarli all’estero (quasi sempre con la dicitura falsa di sottoprodotti).

“A differenza di qualche anno fa, i trafficanti internazionali di rifiuti non esportano oltre confine solamente scorie tossiche non riutilizzabili, come melme acide, scorie chimiche o radioattive – ha commentato Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente – ma materiali da riutilizzare, in aperta violazione sia delle leggi, sia delle regole di libero mercato, sfruttando a proprio vantaggio le potenzialità economiche degli scarti e scaricando i costi sulla collettività”.

Da una parte, infatti, le imprese che si liberano di scarti di produzione rivolgendosi al mercato nero dello smaltimento praticano una delle più odiose forme di concorrenza sleale nei confronti delle aziende che, invece, operano nella legalità.

Oltre a ciò  -sulla terraferma- sono presenti oltre 15 mila siti inquinati, milioni di persone a contatto con aree fortemente contaminate, come confermano i dati dei  rapporti SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio inquinamento) con l’eccesso di mortalità nelle popolazioni residenti in 44 Siti Interesse Nazionale (SIN), contaminati da inquinanti cancerogeni (amianto , diossine, PCB, oltre fenoli, arsenico, cromo esavalente, mercurio, pesticidi e idrocarburi), anche nell’ultimo aggiornamento e con impatto certo sulla salute e sull’ambiente.

Dramma a cui si aggiungono, “i forti ritardi nell’attuazione degli interventi e inquietanti profili di illegalità nella gestione e nello smaltimento dei contaminanti”.

COSA SI PUO’ FARE ?

Controllo e monitoraggio delle istituzioni da parte dei cittadini come arma per prevenire e contrastare la corruzione. Interposizione delle Associazioni come le nostre nei processi decisionali per tutelare i “portatori d’interesse”.
Promozione dell’amministrazione trasparente e dell’accesso alle informazioni da parte dei cittadini e non solo.Si veda l’accesso civico in base al quale chiunque può chiedere l’accesso a dati che risultino omessi, incompleti, non aggiornati o non nel giusto formato.

E ancora, l’accesso civico generalizzato,  il cosiddetto FOIA previsto del decreto legislativo 97/2016 con il quale è possibile chiedere specifici dati oltre a quelli che le amministrazioni sono già obbligate a pubblicare. E arrivo ad azzardare una provocazione.Ascoltare la lezione che ci viene dagli avvocati del Congo. Sembra una cosa priva di senso ma non lo è.

GLI AVVOCATI DEL CONGO HANNO COMPRESO CHE PER AFFERMARE I  DIRITTI CIVILI BISOGNA PERSEGUIRE I REATI AMBIENTALI . Voi direte ma cosa c’entra ? C’è un interessante articolo di Francesco Paniè sui collegamenti tra lo sfruttamento dell’ambiente in Africa e i soprusi ivi perpetrati con interessanti analisi del gruppo di pressione Enough Project.

Ebbene, questi scaltri colleghi  hanno analizzato il nesso –nel loro paese- tra estrazione indiscriminata di risorse naturali e i paralleli conflitti che si sviluppano sui territori. Hanno notato che, il saccheggio di minerali, ad esempio, non porta solo il  problema ambientale , ma anche una cascata di soprusi a livello sociale.
Il furto delle risorse –considerato di per sé- sembrerebbe un reato senza vittime (diversamente dai crimini di guerra) NON E’ COSI’.

SOTTOLINEARE IL COLLEGAMENTO, TRA SFRUTTAMENTO AMBIENTALE E SFRUTTAMENTO SOCIALE RISOLVEREBBE IL PROBLEMA, E NON SOLO IN AFRICA

Mutatis mutandis, la situazione in Italia non risponde a logiche molto diverse da queste se pensate al tema dei crimini contro l’ambiente e gli animali,  agli incendi,  agli illeciti relativi alla filiera agro-alimentare dalla contraffazione alla truffa, si capisce immediatamente come questi siano intimamente connessi ai reati riguardanti la lesione dei diritti fondamentali e della imprescindibile dignità della persona –si pensi solo all’ allarmante espansione del fenomeno del caporalato, che è stato riscontrato in circa 80 distretti agricoli, distribuiti da nord a sud.

Nel 2015 le ispezioni sono cresciute del 59%, con esiti estremamente negativi: oltre il 56% dei lavoratori trovati nelle aziende ispezionate è risultato parzialmente o totalmente irregolare.

Non voglio azzerare le speranze di un contesto migliore o demotivare chi è determinato a contribuire al cambiamento dello status quo, al contrario, intendo richiamare tutti, me per prima, alla consapevolezza della imprescindibilità dello sforzo di ciascuno di noi a incidere positivamente nei destini dei nostri figli.

“Alla fine ci riusciremo a capire e a far capire che è tutto collegato.
Che vivere significa stare dentro un ambiente, in cui, quello che respiri, che mangi, che bevi, che tocchi, che fai, che dici e che pensi, fa parte di un’unica cosa –la vita- e che quando una parte di questa è corrotta, mette in pericolo tutte le altre ”

Carlo Lucarelli