Nicolo Gebbia

La Rivoluzione Arancione

Il generale Pappalardo ed io siamo entrambi palermitani, e da ieri ho scoperto che non è l’unica analogia: mentre io frequentavo le scuole elementari e medie a Legnano, lui faceva altrettanto a Pavia.
Mio padre combatté contro i nazi-fascisti dal 9 settembre 1943 fino al 25 aprile del 1945, mentre il suo, il 7 ottobre 1943, fu internato, con altri 1600 carabinieri della legione Lazio, in Germania.
Fu una deportazione preventiva, perché avevamo fatto sapere al maresciallo Graziani ed al tenente colonnello Kappler che non avremmo partecipato al rastrellamento degli ebrei del ghetto, che sarebbe stato compiuto dieci giorni dopo.
Non fu difficile sostituirci con la polizia , che aveva disponibile a Roma un contingente della sua specialità impiegata nell’Africa Italiana, appena rimpatriato ed ancora dotato dei caratteristici caschi coloniali, che infatti per gli ebrei romani sono tuttora iconicamente l’equivalente italiano della svastica. Lo scoprii da bambino, appena rientrato dalla Somalia, una volta che indossai quello di mio padre, ed una anziana signora ebrea, l’unica sopravvissuta della sua famiglia alla deportazione, mi disse che ne aveva orrore e spavento, spiegando poi a mia madre, che sferruzzava con lei sulla stessa panchina del Parco Paolino, il perché.Le analogie fra Pappalardo e me finiscono qui, e lui ha rimarcato che anche il suo sangue è di colore diverso dal mio.Ha ricordato ieri, nel suo applauditissimo discorso milanese pronunziato in Piazza Duomo, quell’episodio in cui, da giovane capitano in Calabria, fu invitato ad entrare nel Circolo dei Nobili di un paese, ma rifiutò perché il suo sangue “è rosso e blu come quello del pennacchio che portano sul capo i carabinieri”. Io poi sono un trozkista della Quarta Internazionale, mentre lui, ad occhio e croce, è un poco più a destra del Cavaliere e forse vicino alla Meloni. A Milano ha arringato una ingente quantità di simpatizzanti, tutti con giubbetto arancione e bandierina di quel colore nella mano sinistra, mentre con la destra agitavano quella italiana. Quando ha detto che seguendo lui non devono avere paura di nulla, si è scatenata una ovazione liberatoria, che ha lasciato intendere quanti timori inconsci siano riusciti a suscitare in tutti noi quei dilettanti allo sbaraglio che ci governano.
Pappalardo è anche un grande musicista, ed un mecenate, tant’è che per anni ha finanziato i due giovani compositori ai quali dettava gli spartiti delle opere liriche da lui composte, ma ieri si è limitato ad intonare l’inno nazionale, subito imitato da tutti gli astanti che lo hanno cantato per intero.
Mi dicono che l’inno del Movimento Arancione sta provando duramente il suo grande ingegno. I vicini della villa che possiede in Tunisia, dove ha trascorso gran parte della quarantena, hanno comprato tutti dei tappi per le orecchie perché non ne possono più, ma pare che ormai abbia trovato le note giuste, e fra breve lo ascolteremo, degno dell’Inno alla gioia di Beethoven, mentre le parole non saranno quelle banali di Schiller, ma direttamente frutto della penna magistrale che Pappalardo impugna molto meglio di me. Mentre scrivo il Generalissimo arringa i baresi, ma è il discorso del 2 giugno in Piazza del Popolo, a Roma, quello che lui preconizza come un momento storico per la rinascita del nostro paese, quasi una nuova Marcia su Roma. Perché è ormai evidente che si presenterà alle prossime elezioni politiche, e sono certo che supererà qualsiasi soglia di sbarramento.
In quella stessa Piazza del Popolo, gremita di italiani di ogni età che indossavano le loro folkloristiche uniformi, nel 1932, in occasione della Sesta Leva Fascista, Mussolini pronunzio’ uno storico discorso con cui testimoniava ai giovinetti la “schietta, profonda e virile simpatia” di tutto il popolo nei loro confronti, perché essi erano “la forza della rivoluzione e la certezza del futuro”.
Sono proprio costoro quelli a cui mi rivolgo oggi, perché non sono tutti morti, e perché rammentino ai loro pronipoti, quelli che oggi indossano il gilet arancione, a cosa condusse quella “certezza del futuro”.
Badate bene che è un pericolo incombente, serio e duraturo, vista che la mamma di Pappalardo è morta pochi mesi fa all’età di 104 anni.

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