Nicolo Gebbia

Mafia e Stato stesso metodo: se li contesti sei pazzo

Questa mattina sono stato svegliato da un certo Enzo Dichiara, originario di Mezzojuso, che accusava il maresciallo Bellodi (presumo si riferisse a Saviano) di avere ottenuto da lui favori molto più grandi della benevolenza usatagli “chiudendo un occhio” non so riguardo a quale suo comportamento che il Bellodi avrebbe avuto il dovere di sanzionare.Il Dichiara allargava poi il discorso dicendo che tutti i carabinieri si comportano così.Gli ho dato del farabutto e lo ho invitato a denunziare Bellodi, se ne ha il coraggio.
Ai mezzjusari l’ardua sentenza: ha ragione Dichiara oppure ho ragione io?
Colgo l’occasione per chiarire un equivoco: sono stato un carabiniere per quarant’anni e ne vado molto fiero.
Credo nella sostanziale onestà di quella istituzione, e se pensate di raccontarmi le malefatte di qualcuno dei suoi appartenenti, è come se lo scriveste sopra un giornale, perché io diffondero’, senza alcuna riservatezza, tutto quello che mi direte.
Vengo ora all’assunto del titolo.
Il primo pazzo presunto di cui ho avuto notizia nel corso della mia attività di servizio lo trovai nei fascicoli P conservati presso la vecchia stazione di Salemi, quella che ancora aveva sede nella piazza principale del paese.
In essi un maresciallo che scriveva bene quasi come me, raccontava la storia della mafia, a partire dallo sbarco di Garibaldi. Peppino capì subito di non potersi fidare dei marsalesi, perché ne arruolò sei, i quali subito si dettero alla latitanza con i fucili che erano stati distribuiti loro, e quindi si spostò al baglio Rampingallo, ospite di due fratelli mafiosi che lo portarono al castello, presentandolo al capomafia, cui lui disse: “E chi mi tradisce lo precipitero’ da questa torre”, tradotto per l’agiografia ufficiale con il famoso “Qui si fa l’Italia o si muore”.
Il maresciallo, proseguendo nella sua storia mafiosa della prima capitale d’Italia, dopo vari passi che gli fanno superare passaggio fra ‘800 e ‘900, cita un picciotto che si pentì talmente tanto da indurre la mafia ad evitare di eliminarlo, perché così ne avrebbe avvalorato le dichiarazioni, preferendo farlo passare per pazzo.
Il pover’uomo alla fine si risolse a vivere come un eremita, errando fra le colline boschive di quella zona finché, dopo qualche anno, morì di freddo a causa di una copiosa nevicata.
Mussolini poi era specializzato nel far passare per pazzi i depositari di verità scomode.
Cominciò con la sua prima moglie Ida Dalser, che morì nel 1937 nel manicomio di San Clemente, che ancora oggi si trova su un’isola della laguna veneziana.Anche il loro figlio, Benito Albino, a forza di dire a tutti che era stato legittimamente procreato dal Duce, finì nel manicomio di Limbiate, dove morì opportunamente nel 1942 per consunzione. C’è poi il commissario di polizia che scoprì l’innocenza di Girolimoni rispetto all’omicidio delle cinque bambine di cui era accusato.
Il povero fotografo passò undici mesi in galera, dopo le prove “irrefutabili” raccolte contro di lui, la principale delle quali fu una perizia compilata dal nonno della criminologa Bruzzone, Samuele Ottolenghi, il quale, applicando le teorie lombrosiane, individuò in Girolimoni i caratteristici tratti somatici del pedofilo ed assassino seriale. Quando il commissario Giuseppe Dosi lo fece prosciogliere, fu lo stesso Dosi a finire in un manicomio criminale, dove rimase tredici anni, fino al 1940. Quale la sua colpa principale?
Quella di essersi convinto che il vero killer seriale fosse Ralph Lionel Brydges, un prete anglicano che scappò in Sudafrica appena indagato.
Che fosse colpevole non è detto, perché le bambine lui amava violentarle, ma non ucciderle, però Mussolini fece passare per pazzo il commissario Dosi perché non voleva inimicarsi l’opinione pubblica britannica, in un momento in cui la sua politica estera era tutta rivolta a cercare di ottenere rapporti preferenziali con l’Inghilterra.Per inciso, il pazzo commissario Dosi, reintegrato dopo la guerra, fu uno dei fondatori dell’Interpol.Tornando alla mafia, sapete chi fu a sdoganare il suo vero nome Cosa Nostra? Si chiamava Joe Valachi, ed era un uomo d’onore della famiglia di Vito Genovese.
Raccontò tutto, proprio tutto, nei primi anni ’60, ma non fu molto creduto, accusato di pazzia da chi egli accusava e provvidenzialmente morto d’infarto in carcere qualche anno dopo.
In Sicilia la stessa sorte, quella di non essere creduto e fatto passare per uno squilibrato, toccò al boss Di Cristina, il quale raccontò ogni cosa, con sincerità molto maggiore di quella poi avuta da Buscetta, al mio collega Alfio Pettinato, che però ritenne di non dover riferire all’autorità giudiziaria.Ricordo ancora le pagine del Giornale di Sicilia tanti anni dopo, quando io ero già a Marsala, nelle quali, con sensibilità degna di miglior causa, si narrava del dramma vissuto dal povero Pettinato quando fu costretto a confessare in Corte d’Assise tutto quello che si era tenuto per sé.
C’era scritto, addirittura, che fu personalmente il comandante della legione, l’ineffabile Mario Sateriale, a portare per mano il povero Alfio, tanto era turbato, dentro l’aula e fino al banco dei testimoni, per sedersi poi tra il pubblico, e fargli coraggio con la sua presenza fisica fino alla fine della testimonianza. Ma oggi, in tempo di Coronavirus, che fine fa chi non crede alla pandemia, prende un megafono , gira per il suo paese(Ravanusa) dichiarandolo ad alta voce ed invitai suoi concittadini ad uscire di casa fregandosene delle anticostituzionali proibizioni emanate dai nostri capataz?
Egli viene trascinato fuori dalla sua automobile da quella specie di guardie campestri che chiamano vigili municipali, i quali, con l’inopportuno aiuto dei carabinieri, gli infilano la camicia di forza e lo sedano con una iniezione di scopolanina.
Ora si trova ristretto in un letto di contenzione, è costretto a cacare da un buco all’altezza del deretano e tenuto in isolamento peggio del 41 bis.
Quello che è più scandaloso è il comunicato emesso dal sindaco, responsabile di tutto ciò, il quale sostiene di avere agito su sollecitazione del medico curante, e dopo aver preso visione di una perizia.
Che vergogna!
Pare che ad essa si sia sommata anche l’invercondia di un magistrato, quello che avrebbe disposto la proibizione che i prossimi congiunti di questo eroe (tale considero Dario Musso) potessero vederlo nel luogo dove egli è stato sequestrato.
In confronto il procuratore Cartosio di Termini Imerese, quello che mi vuole portare alla sbarra perché ho inviato un signore a fare la cacca, appare come un vero garantista.

 

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