Nicolo Gebbia

Due innocenti a confronto, Massimo Bossetti e Salvatore Parolisi

Che Bossetti sia innocente per l’omicidio di Yara Gambirasio io lo scrissi a suo tempo in un articolo che ho visto essere stato molto letto negli ultimi tre anni.
Si intitolava “Yara Gambirasio: Bossetti come Girolimoni?”
Egli è stato condannato all’ergastolo per la caparbietà con cui continua a proclamarsi innocente.
Il pm d’indagine gli aveva offerto una condanna a sette anni se avesse dichiarato che la morte di Yara era una conseguenza non voluta del congiungimento con una tredicenne che, anche se fosse stata consenziente, è considerato dalla legge violenza carnale aggravata.
Non volle accettare quella buona offerta perché gli innocenti hanno questo vizio: non comprendono che la giustizia italiana se ne fotte che non siano stati loro, e per ogni donna uccisa, massimamente se minore dei quattordici anni, ci deve essere un condannato che langua in carcere.
Apprendo oggi che, scontati i primi dieci anni con comportamento carcerario irreprensibile, Bossetti sta per essere trasferito al carcere di Bollate, dove potrà essere ammesso al lavoro esterno. Sempreché la peste ci dia tregua. Massimo Parolisi, un altro innocente che mai si è sognato di uccidere sua moglie Melania Rea, è stato condannato una pena definitiva di soli vent’anni, malgrado le trentacinque coltellate che la malagiustizia italiana attribuisce a lui, per giunta inferte per un futile motivo, cioè come reazione al fatto che lei si sarebbe rifiutata ad un amplesso in camporella, frutto della libido sconveniente di suo marito, visto che erano usciti per una scampagnata con il loro bambino. Il processo fu una vera gogna mediatica, volta ad illustrare il fatto che lui, in quella caserma di Ascoli Piceno dove vengono addestrate tutte le donne dell’Esercito Italiano, era un piccolo sultano con il suo harem di allieve consenzienti. Per debolezza di carattere si innamorò però di una di loro, e meditava di lasciare la moglie per andare a vivere con la nuova compagna, che lo ricambiava.
Basta tutto questo a farne un assassino? Ditemelo voi.
Quello per cui il fratello di Melania grida vendetta preventiva sui social è che, dopo otto anni scontati da detenuto irreprensibile, Parolisi, compatibilmente con la peste, sarà ammesso ai benefici della legge Gozzini, a partire dai quarantacinque giorni di ferie ogni anno, fruibili in tre rate di quindici giorni.
Io in questo caso non ho sospetti circa l’innocenza di Parolisi, ne ho la certezza, confermatami da colleghi che ebbero parte attiva nelle indagini.
Anche lo Stato Maggiore dell’Esercito lo sa, ma se si conoscesse la verità, essa sarebbe una vergogna nazionale, simile a quella che vi ho raccontato di recente, relativa ai casini per i militari statunitensi organizzati in Ungheria da quel governo (“Luigi Tukory e l’Arma”).
Per la caserma di Ascoli la cosa è molto più perversa. Perché a certi capataz che vi prestavano servizio la disponibilità spintanea di quelle ragazze per avere la certezza di superare il corso formativo non bastava più. Essi pretendevano da loro la frequentazione di un certo boschetto, noto a tutti gli ascolani come luogo di incontro per scambisti, cuckoid e semplici voyeur. Melania apprese tutto ciò dal marito, il quale le spiegò che per lui ormai tali variazioni sul tema, così diverse dal coniugale more uxorio et interposto lino, erano diventate come una droga, al punto di divenire anche assiduo frequentatore di chat erotiche con il nome di battaglia di “vecio alpino”. Melania, però, era tanto innamorata che si disse disponibile a soddisfare anche lei le stesse pruriginose voglie, e quando lo lasciò con il bambino presso l’altalena che si trovava all’esterno di quel locale di campagna dove si erano recati insieme, scese a valle e raggiunse proprio il famoso boschetto teatro di tanti estrosi incontri. Doveva tornarne entro un paio d’ore con la prova tangibile di aver avuto quel sacrilego battesimo.
Non vado oltre perché scivolerei nell’ hard, e Themis & Metis si rifiuterebbe di pubblicarmi. Voi capite bene che Parolisi non poteva difendersi raccontando tutto ciò, e neppure poteva esternare i suoi sospetti, che riposavano sul fatto di avere avuto la dabbenaggine di far sapere in caserma che sua moglie sapeva tutto e minacciava uno scandalo, rendendo la vicenda di pubblico dominio. Quelle trentacinque coltellate, proprio come nel romanzo di Agata Christie “Assassino sull’ Orient Express”, probabilmente sono state inferte da più persone che intendevano tappare per sempre la bocca di Melania, e punirla per avere costretto l’intera caserma a fare a meno di quella attività ludica. Forse non ci fu neanche accordo fra tutti i congiurati, come dimostra la lite al calor bianco fra due soldatesse che si trovavano a bordo di un veicolo da ricognizione, appena uscito dal boschetto. Una di esse abbandonò il mezzo, raggiungendo a piedi l’unico abitato della zona, ed all’interno del quale fu seguita a passo d’uomo dalla conduttrice del mezzo, che la convinse a risalire a bordo poco prima che raggiungessero la locale stazione dei carabinieri. Io penso che la condanna lieve, a fronte di un omicidio pluriaggravato commesso per futili motivi, riposi proprio sul fatto che Parolisi, diversamente dall’ingenuo Bossetti, era un militare di carriera, quindi perfettamente consapevole di quante orribili ingiustizie sono da mettere in conto nell’arco di essa.
Egli quindi, lucidamente, ha preferito scegliere una linea di difesa che lo portasse alla condanna più lieve compatibile con i reati che gli venivano attribuiti. Oggi ne gode i frutti e la sua vicenda me ne ricorda un’altra di cui fummo protagonisti il capitano Ultimo ed io. All’epoca pranzavamo insieme presso il Circolo Ufficiali della caserma Montebello, ed ogni giorno ci raggiungeva il capitano Franco Egizio che, in quella stessa caserma, teneva dei corsi quindicinali interforze, a carabinieri, poliziotti e finanzieri, che si concludevano con un sommario esame e la consegna del badge che serve per consultare la banca dati che esiste presso il ministero degli interni.
Era un erotomane scatenato, e ci tediava ad ogni pasto con il suo infinito repertorio di barzellette spinte.
Un giorno ci chiese se conoscessimo qualche alberghetto compiacente ubicato in prossimità della caserma.
Ci disse di aver scoperto che le poliziotte (all’epoca noi e la finanza eravamo rigidamente tutti maschietti) consideravano con molta benevolenza l’opportunità di concedere i loro favori al presidente di qualsiasi commissione esaminatrice. Non gli abbiamo saputo dare indicazioni, perché noi ci eravamo organizzati in maniera molto più sofisticata nell’eventualità di trasgressioni con signore sposate.
Lui comunque dovette trovare un buon indirizzo perché, circa quindici giorni dopo, arrivò a tavola molto compiaciuto di se stesso, e si vanto’ di aver mandato un mazzo anonimo di rose rosse all’indirizzo coniugale di un’ispettrice di polizia, maritata con un ingegnere della SIP, per provocarne le reazioni di ben motivata gelosia.Fu così che decidemmo di punirlo per tanta perfidia, mandando a sua moglie ventiquattro rose rosse, alla quali acclusi un biglietto bianco con un semplice “grazie”, vergato di mio pugno. La signora faceva l’infermiera in un un ospedale dell’hinterland, ed è lì che si indirizzarono le investigazioni del collega, che veniva a tavola torvo e taciturno.Dopo una settimana, nel dubbio che egli commettesse un delitto passionale, gli confidai del nostro scherzo, pronto a subirne una reazione anche manesca, che ritenevo di essermi meritata.
Invece mi abbracciò e mi baciò, dicendomi che gli toglievo un grande peso dal cuore ed a fine pranzo volle stappare una bottiglia di prosecco, con la quale lui, Ultimo ed io brindammo al suo scampato pericolo.
Ci facemmo anche promettere che da quel momento in poi si sarebbe astenuto dal corteggiare le poliziotte sue allieve, prassi di pessimo gusto indegna di un gentiluomo.
Gli rivelai che Milano era piena di mogli disinteressate e disponibili, impegnandomi anche a presentargliene qualcuna.
Viva Bossetti e Parolisi innocenti e liberi!

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