Nicolo Gebbia

Giletti, Di Matteo e Mezzojuso: e la chiamano “informazione”?

Avevo giurato a me stesso che non gli avrei più fatto pubblicità nemmeno con quella miserrima platea dei miei 25 lettori, ma quanto accaduto nelle ultime due trasmissioni di Lucifero (effettivamente mi rendo conto che chiamarlo guitto, come ho sempre fatto, ormai è inadeguato) è troppo grave, ai limiti dell’attentato alle istituzioni.
Ciò impone l’obbligo da parte di chi è stato servitore dello Stato per quarant’anni come me, e molti ne ha passati sul campo come fiero avversario di Cosa Nostra, di non tacere ulteriormente.
Francesca Scoleri, presidente di Themis & Metis, a sua firma ha chiesto con urgenza al ministro Bonafede un chiarimento: vuole sapere perché la sua prima scelta, Antonino Di Matteo, sia stata accantonata nell’arco di poche ore, preferendogli il giudice Francesco Basentini, procuratore aggiunto di Potenza, persona che io stimo moltissimo. Lucifero, ormai erede di Bruno Vespa, pur senza possederne l’etica, ha trasformato la sua trasmissione domenicale in una cabina di regia nella quale lui, spin doctor della destabilizzazione istituzionale, si avvicina, step by step, a raggiungere la perfezione di condizionatore occulto per il destino di noi italiani.
La sua abilità di calcare le tavole di quel palcoscenico sarebbe stata certo degna di un attore di prosa consumato, quelli che con poche battute fanno ridere o piangere gli spettatori, ma disgrazia ha voluto che un così perfetto interprete shakespeariano si sia venduto ad Urbano Cairo, e, come il rompighiaccio Krassin diretto verso la tenda rossa del generale Nobile, fa da apripista a quel modesto capataz, per trasformarlo nel Cavaliere del terzo decennio di questo secolo.
Le prove generali le ha fatte ai danni del mio paese d’origine, Mezzojuso.
Per due anni ha propinato a tutti gli italiani bugie che, a forza di ripeterle, sono diventate verità scolpite nella pietra, così pesanti da influenzare in misura determinante prima una Procura della Repubblica, quella di Termini Imerese, e poi una modesta prefettessa che nel suo curriculum antimafia cita il numero di porti d’arma che ha fatto revocare. La decadenza degli amministratori democraticamente eletti a Mezzojuso sta alle procurate dimissioni del giudice Basentini come le leggi razziali stanno alla Shoah.
Lucifero avrà pensato che cavalcare l’unico argomento in cui tutti gli italiani sono pronti a seguirlo appecoronati in gregge, e cioè la crociata contro Cosa Nostra, è una attività equestre che lo porterà a vincere la Coppa delle Nazioni a Piazza di Spagna.
Io non so perché il ministro Bonafede abbia prima offerto il DAP a Di Matteo, per denegarglielo poche ore dopo, ed una volta tanto mi trovo d’accordo con il mio storico nemico Lirio Abbate, che si rifiuta di credere ad un condizionamento da parte dei boss detenuti. Qualche giorno fa vi ho fatto un rapido excursus sulla storia di carceri e carcerieri in Italia a partire dalla Restaurazione post-napoleonica per arrivare all’ultimo governo dell’Italia liberale prima che il fascismo prendesse il potere.
Vi ho spiegato che, a mio giudizio, l’errore fu commesso proprio in quel momento, quando carceri e carcerieri vennero transitati dal ministero degli Interni a quello della Giustizia.
Da allora tradizionalmente i magistrati cercano incarichi burocratici nell’amministrazione penitenziaria solo perché delusi dalla attività che hanno portato avanti nel resto della loro carriera. Che io sappia c’è una sola eccezione, Caterina Chinnici, che fu lì destinata da giovane per timore che venisse uccisa come il padre.
Si è trovata tanto bene che non ne è più uscita, ed oggi addirittura ha un importante incarico internazionale a Strasburgo. Io posso argomentare che il ministro Bonafede, dopo matura riflessione, abbia voluto evitare a Di Matteo, che già era una bandiera suo malgrado, di seppellirsi in un incarico burocratico che necessita di un un amministratore illuminato, piuttosto che di una mente tanto brillante da scoprire i convergenti indizi della Trattativa tanti anni dopo che essa fu intavolata da Subranni, Mori e De Donno, stando ad una sentenza non ancora definitiva.
Mentre non nutro dubbi sul fatto che Di Matteo, gentiluomo che ha una parola sola, abbia riferito con assoluta oggettività la cronistoria degli eventi, ed anche ipotizzato che essi siano stati influenzati da quelle conversazioni intercettate fra i boss detenuti, ritengo che egli sia stato favorito dal ripensamento del ministro piuttosto che danneggiato, e mi spiego con un esempio. Quando prestavo servizio in Sardegna, quarantacinque anni fa, ebbi la ventura di catturare un piccolo latitante, tale Tripari, la cui evasione dalla casa di lavoro di Isili era stata alquanto misteriosa. Doveva scontare solo altri due mesi di detenzione, ma invece, insieme con un altro detenuto, alla guida del loro trattore agricolo, abbatterono la recinzione metallica, allontanandosi di qualche chilometro, e proseguendo poi con l’autostop, compreso un ignaro carabiniere che dette passaggio ad entrambi.
Nella sua cella, però, egli abbandonò una carta nautica dell’iglesiente, con delle strane annotazioni, che facevano riferimento proprio al punto in cui, a pochi giorni di distanza dall’evasione ,vennero sequestrati i fratelli Casana, che sarebbero stati liberati solo alcuni mesi dopo.
Io catturai Tripari in un boschetto che stava a ridosso del cimitero di Mogoro.
Una settimana dopo mi convocò il mitico Procuratore Generale di Cagliari, marchese Villasanta, erede di una delle più blasonate famiglie dell’isola.
Mi spiegò che il carcere di Buoncammino era per lui come l’orecchio di Dionisio per il dittatore siracusano. Tutti i telefoni pubblici utilizzati dai detenuti erano costantemente sotto controllo, e molti dei reclusi stessi erano sue spie, che lui movimentava abilmente per carpire le confidenze utili alla risoluzione dei sequestri di persona all’epoca tanto frequenti. Mi disse che quel Tripari che io avevo catturato, malgrado condividesse la cella con una delle sue spie, nulla le aveva confidato circa il sequestro Casana, mentre aveva usato parole di benevolenza nei miei confronti, perché ero stato proprio io ad avvicinarlo dentro il boschetto, facendo finta di essere intento ad una escursione con la mia Montesa da trial, ed era rimasto colpito dal garbo con cui, apparentemente disarmato, lo avevo convinto a non opporre resistenza, accompagnandolo poi personalmente fino al carcere stesso.
L’uomo aveva detto al suo compagno di cella che tanto garbo doveva riposare sul fatto che sono un gentiluomo siciliano, e Tripari stesso vantava origini sicule, che era solito contrapporre come un marchio di superiorità nei confronti dei suoi sodali sardi. Villasanta mi chiese di incontrare in carcere il Tripari per cercare di convincerlo a darmi utili notizie investigative circa il sequestro Casana.
Il Procuratore Generale è morto solo tre anni fa, a centoun anni e lo chiamavano il “Granduca di Sardegna”.
Fino a quando fu in servizio riuscì a gestire tutti i sequestri di persona, insieme con Luigi Lombardini, con enorme capacità. Appena andò in pensione, Lombardini cadde sotto le grinfie di Caselli e del mio amico Ingroia, e dovette suicidarsi prima che essi eseguissero nei suoi confronti l’arresto che li aveva portati da Palermo a Cagliari.
Il mio colloquio con Tripari, durato tre ore, non ci dette nessuna indicazione utile a liberare i fratelli Casana, ma la storia di quel sequestro e del suo felice esito investigativo ve la ho raccontata già. Oggi ho il piacere che Marina Casana, segregata dalla peste nella sua magione torinese, ammazza il tempo leggendo i miei libri gialli.
Ma io voglio troppo bene ad Antonino Di Matteo, e penso che l’essersi evitato, seppur suo malgrado, un ruolo di rilievo nella amministrazione carceraria, lo terrà lontano dalla tentazione di indulgere in tutti quei giochini dietro le quinte che erano il passatempo prediletto di Villasanta.
Quello che trovo assolutamente vergognoso è il fatto che, grazie alla trappola in cui tutti cascano, cioè di avere volto o anche solo voce sul palcoscenico di Lucifero Giletti, autorevoli rappresentanti delle istituzioni vengano ridotti al ruolo dei litigiosi polli di Renzo di manzoniana memoria. C’è una sola maniera di evitare di fare il suo gioco: negarsi, negarsi, negarsi sempre e comunque.

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