Nicolo Gebbia

Facciamo come Cuba: aboliamo lo sport professionistico

“Prima i calciatori”. Così la Federcalcio spera, pretende, s’illude di far ripartire il campionato. In tempo per
concludere una stagione che altrimenti lascerebbe una voragine nei conti dei club. Dunque subito sotto con gli allenamenti, magari in anticipo persino rispetto al 4 maggio. Il pallone italiano cerca una scorciatoia che però passa dalla pretesa di effettuare migliaia di tamponi e test sierologici a tutti i calciatori, in un momento in cui medici e infermieri devono aspettare.
Oppure trovate grottesche: partite solo al Centro-Sud, allenamenti a due metri di distanza, giocatori (e dipendenti) sequestrati in ritiro.
Da settimane il mondo del calcio spinge e briga per tornare in campo. Claudio Lotito interpella virologi e parla da scienziato, il Presidente della Figc Gabriele Gravina si batte per trovare la soluzione. C’è anche qualcuno che rema contro: i patron messi male in classifica, come Urbano Cairo, che sul punto ha litigato pure con i suoi giornalisti della Gazzetta dello Sport. Il n.1 del Coni, Giovanni Malagò, che non perde occasione per attaccare il pallone. Nell’emergenza ognuno gioca la sua partita. Intanto la FederCalcio ha riunito una commissione di professori, per stilare un testo che dovrebbe dettare le linee guida agli addetti ai lavori e convincere il governo.
Il piano sarebbe concludere il campionato a giugno e luglio. Prima, però, bisogna allenarsi, e per farlo le squadre devono diventare ambienti sterili, a prova di virus. Bisognerà controllare tutti a tappeto. Non solo i giocatori, anche tecnici, fisioterapisti, magazzinieri, chiunque entri a contatto col gruppo: parliamo di almeno 50-70 persone per club. Il protocollo prevede per tutti uno “screening iniziale” con due tamponi e un test sierologico a testa, per escludere contagi, capire chi sono gli eventuali positivi e chi i guariti già immuni. È quello che vorrebbero fare tutti gli ambienti di lavoro.
Peccato che i kit in questo momento siano quasi introvabili e vadano poi analizzati. Il calcio ha bisogno di almeno 2 mila tamponi in 3 giorni. E le diagnosi dovranno essere eseguite solo dai laboratori di riferimento regionali, che si contano sulle dita di una mano: c’è il rischio di intasarli per il pallone e sarebbe difficile da spiegare al Paese.
Ammesso che si riesca a creare questo ambiente a contagio zero, poi si riuscirà a mantenerlo? I contatti con l’esterno si possono ridurre, non azzerare: ci saranno sempre fornitori, trasporti, pulizie. E il vero problema sono i movimenti dei membri del gruppo: per assicurarsi che non si infettino, l’unica soluzione è che non escano dal ritiro. Mai, nemmeno per una passeggiata, in questo caso non c’è codice di comportamento che tenga. Praticamente un sequestro di persona collettivo, per almeno 2-3 settimane, poi si vedrà. L’alternativa sarebbe ripetere i controlli dopo ogni uscita, ma così il numero dei tamponi aumenterebbe in modo esponenziale. E in caso di infortuni? Ospedali e cliniche dovrebbero mettersi a disposizione per accogliere i calciatori in “massima sicurezza”.
Insomma, la Figc ha pensato a un protocollo con una serie di prescrizioni improbabili (allenamenti a due metri di distanza, ingressi negli spogliatoi a scaglioni, centri di allenamento blindati) e troppe variabili. I medici dubitano, specie quelli delle categorie inferiori. La Serie C ha già alzato bandiera bianca, non riprenderà, la Serie B è a rischio: bene che vada, così giocherà la Serie A. Cioè i più ricchi. I presidenti smaniano, il governo tentenna: il ministro Spadafora mercoledì dovrà dire la sua. I tifosi aspettano: a loro manca il calcio, ma pure tutto il resto.

Quanto avete letto sino ad adesso è il testo di uno splendido articolo pubblicato ieri da Lorenzo Vendemiale sul Fatto Quotidiano.
È l’unico giornalista sportivo che io conosca che abbia fatto studi classici, completandoli. Peccato che sia anche un appassionato di calcio.
Lo so che non siete d’accordo, ma io detesto da sempre il gioco del pallone, e non l’ho mai praticato. Ho fatto un po’ di rugby come secondo pilone nel CUS Catania, ma quando un giocatore dell’Amatori, mentre stavo andando miracolosamente a meta, bloccò la mia corsa alzando il braccio destro contro cui il mio pomo d’Adamo si infranse lasciandomi a terra semi-asfissiato, ho smesso di praticare anche quello sport.
Preciso meglio: non è tanto che io detesti il gioco del calcio, quanto piuttosto i suoi tifosi ed i loro eccessi.
Essi hanno anche la faccia tosta di definirsi sportivi, mentre io ho coniato per loro un neologismo, “sportosi”.
Insomma, sportivo è chi pratica, sportoso chi guarda.
In un mio precedente articolo vi ho raccontato come gran parte delle discipline presenti nell’atletica leggera moderna siano nate in Prussia nell’ottocento, dopo la sconfitta subita da Napoleone, con lo scopo di incrementare la preparazione dei soldati, e mettere quell’esercito nelle condizioni di muovere a piedi il più speditamente possibile, superare trincee e corsi d’acqua ed infine arrampicarsi sulle mura fortificate del nemico. Il calcio no, quello nasce nella Firenze rinascimentale per sfogare le rivalità di campanile in maniera meno cruenta (e nemmeno tanto) delle guerre combattute sino a quel momento.
Il termine “sportsman” nasce invece in Inghilterra, nella seconda metà dell’ottocento, per contraddistinguere le attività ludiche dei gentiluomini che vivono di rendita, per i quali il lavoro è disonorevole.
A Cuba inventarono il baseball (pochi lo sanno) e lo esportarono con grande successo negli Stati Uniti.
È lì che, come tutte le brutte cose del mondo moderno, è nato lo sport professionistico, che oggi si è allargato a tutte le discipline.
Tuttora molti dei migliori giocatori di baseball vengono dall’isola caraibica, dove lo sport professionistico è rigorosamente bandito, e quando vogliono arricchirsi scappano negli States.
Nel mio mondo ideale non ci sarebbe posto per gente come Malago’ e compagnia cantando.
Li manderei tutti a Guantanamo e con loro ci manderei anche i proprietari delle squadre di calcio.
Mi dicono che esso sia una delle principali industrie e risorse finanziarie della nazione, ma secondo me è una eresia.
I calciatori non producono nessun bene reale, e considerarlo un’industria è un po’ come dire che lo è anche la nobile arte del teatro.
Cosa diversa è l’industria del cinema, che produce pellicole destinate a restare nel tempo, alcune a testimonianza di imperituri capolavori, altre di momenti storici della nostra società, ed anche quelle pornografiche almeno sollecitano i sensi.
Se alla fine della peste volessimo davvero un’Italia migliore, secondo me sarebbe imprescindibile adottare la ricetta cubana, che condanna lo sport professionistico, e tutte le schifezze che ne sono corollario.

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