Valentina Vadalà

Quattro chiacchiere e due riflessioni sul referendum del 20 settembre 2020

L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Recita così il primo articolo della nostra Costituzione che, a detta degli esperti, risulta essere una delle migliori per l’equilibrio fra i principi espressi e le modalità di applicazione. Mi piace riportarlo integralmente perché è proprio su questo che di fatto ci accingiamo ad esprimerci con il prossimo referendum.

Sarà il quarto di carattere costituzionale della storia della nostra Repubblica, per cui l’esito verrà sancito dalla volontà espressa dalla maggioranza di coloro che si recheranno alle urne per affermare il proprio convincimento, senza bisogno di raggiungere alcun quorum, come avviene per quelli di carattere abrogativo. Non si tratta, dunque, di uno di quei quesiti arzigogolati, per cui, quasi come se fosse un indovinello con trabocchetto, devi rispondere il contrario di ciò che istintivamente diresti.

Ci viene chiesto di esprimere un semplice o un No rispetto alla domanda proposta circa la diminuzione del numero dei parlamentari, tanto della Camera quanto del Senato.

La diminuzione in questione prevede un abbattimento del 36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento: dagli attuali 630 seggi della Camera si passerebbe a 400, e dai 315 seggi elettivi al Senato a 200. I fautori della riduzione “leggono” il provvedimento nell’ottica della conseguente riduzione di spese legata al mantenimento dei parlamentari; quelli contrari lo “leggono” come una riduzione dell’espressione della rappresentanza democratica.

Quando fu varata la Costituzione, in effetti, non fu stabilito un numero preciso di deputati e senatori, ma semplicemente valutata in ragione di un deputato ogni 80.000 abitanti e frazioni superiori ai 40.000, e il numero dei senatori pari alla metà, in modo da assicurare la più larga partecipazione di espressione democratica, come recita l’art. 3 della Costituzione:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Riducendo il numero dei rappresentanti risulterebbe che molti “territori” sarebbero privi di rappresentati conosciuti a causa delle maggiori dimensioni dei bacini di riferimento. Di contro, per assurdo, i luoghi con indici residenziali più alti vedrebbero come “alleggerito” il loro voto rispetto ad altri che potrebbero eleggere lo stesso numero di rappresentanti, votati però da un minor numero di cittadini.

Ridurre le spese dello Stato è un imperativo categorico che raccoglie un’unanimità di consensi pressocché assoluta. Una lettura superficiale potrebbe quindi indurre a non esitare nello schierarsi a favore di tale ipotesi. Tuttavia, esistono – sempre nel merito di questo aspetto – altri possibili scenari.

Così come prospettato, ritengo che il referendum ci ponga di fronte al classico binomio che vede confrontarsi la “quantità” contro la “qualità”.

Diciamo allora, che ridurre il numero di parlamentari risponde perfettamente all’opzione “quantità”, anche se la fazione opposta sostiene che ciò comporterebbe per ognuno di noi un risparmio pari alla spesa di un cappuccino l’anno, senza brioche. Quello che è certo è che non risolverebbe i vecchi problemi e il forte scontento lamentato da tutti.

I parlamentari, infatti, godono di benefit e privilegi sconosciuti a tutti i comuni mortali italiani, dall’entità delle retribuzioni, indipendenti tra l’altro dalla effettiva produttività di chi la percepisce, al conseguimento di status di “pensionato”, raggiunto in tempi decisamente risibili rispetto alla normale vita lavorativa di ciascuno di noi.

Forse allora dovremmo provare a rivolgere la nostra attenzione alla “qualità” delle riduzioni da effettuare che, se ben modulate, forse equivarrebbero per ciascuno di noi ad un lauto cenone di Capodanno e, soprattutto, a sentirci più vicini ai nostri politici, umanizzati dalle stesse ristrettezze che ormai contraddistinguono le nostre esistenze.

Qualcuno potrebbe obiettare che la Costituzione italiana comincia a manifestare i segni del tempo e quindi apportare delle modifiche è opportuno per adeguarla alle nuove esigenze culturali ed economiche dei nostri giorni.

Ma la Costituzione, in realtà, non è un corpus di leggi, piuttosto è l’insieme dei principi su cui si fonda la nostra Repubblica, costituendo la fonte del diritto da cui dipendono gerarchicamente tutte le altre norme giuridiche del nostro Stato.

Siamo sicuri che sia necessario tirare in ballo la Costituzione per risparmiare un po’ di soldi? Non è forse un pretesto per cambiare solo apparentemente uno status privilegiato che invece, proprio la casta che ne gode tutti benefici, non ha nessuna intenzione di cambiare?

Vorrei concludere citando le parole pronunziate nel 1955 da Pietro Calamandrei, ma sempre attuali:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”

Ti potrebbe interessare anche?